PrimoMaggio 2013: lo ricordiamo come quello che non ci ha creduto abbastanza

BANDIERA SARDA“Next stop: San Giovanni” “Rotondo!” esclama, con marcato accento pugliese, una ragazza in fila dietro di me per uscire dalla metro. Eccoci qua, come pellegrini laici, ancora ignari delle successive dieci ore di pioggia, musica e polemiche: pronti, comunque vada, per questo Concerto del Primo Maggio 2013. Appuntamento alla Coin con Luisiana che, dopo la mezz’ora di attesa del “balletto” degli organizzatori attorno alle transenne per l’ingresso stampa, vivrà una grande giornata da “cacciatrice di artisti” nel backstage. Un saluto al volo e poi m’immergo nella folla, già numerosa nonostante non siano neanche le tre e il cielo non prometta benissimo. Bandiere al vento (rosse e non), magliette, bandane con la scritta Primomaggio, odori “inconfondibili”, accenti che si mescolano in quella babele rituale che è lo storico Concertone.

CIRIFUMentre scatto foto e la piazza via via si riempie, la presentatrice Geppi Cucciari e i suoi due compari Filippo Solibello e Marco Ardemagni danno ufficialmente il via all’evento, dedicato nella prima parte alle band selezionate del concorso 1MFestival. Aprono i Crifiu, compatta band salentina che incrocia sonorità etniche ed elettronica: saranno poi loro i vincitori del concorso via televoto, annunciati nel corso della serata fra un big e l’altro. Seguono gli Aeguana Way, che si presentano come “prima band lucana a suonare al Primomaggio” e macinano un grunge debitore agli Afterhours. Un gruppo di ragazze sul prato mi chiede di aprire una birra con l’accendino: mi cimento nell’impresa, accompagnato dai sardi Almamediterranea, cantautori etnici in tenuta da lavoro e verve alla Cristicchi. Il cazzeggio pomeridiano spadroneggia, e ne fanno un po’ le spese Le Metamorfosi, pregevole band laziale che alterna sfuriate rock e momenti più rarefatti.
HONEYBIRD AND THE BIRDIESA risvegliare il pubblico è l’energia variopinta di Honeybird & the Birdies. Al grido di “Daje forte sempre!” il trio romano-catanese-losangelino spara un uno-due country-folle, dedicato a “tutti i gruppi che fanno musica originale in Italia e che ce la mettono tutta”. Ad alti livelli anche l’ultima formazione dei “gggiovani”, i salentini Toromeccanica, a cui va l’Oscar per la miglior frase di questo Primomaggio. “Simulate entusiasmo!” urla infatti l’impomatato cantante, snocciolando un ottimo disco-funk da film poliziottesco anni ’70. Sipario sul primo atto.
L’attesa del main event si consuma sotto la prima pioggia della giornata, in una chiacchierata con amici incontrati per caso fra la folla, interrotta dagli inconfondibili colpi dei Bottari di Portico, capitanati da Enzo Avitabile, fedelissimo del Concertone. La taranta del sassofonista partenopeo è una garanzia danzereccia, che anno dopo anno rischia però di scivolare nel folklore fino a sé stesso, Elio e le Storie Tese docet. Atmosfere più dilatate con gli Africa Unite, riuniti nella storica formazione dei primi anni Novanta, con tanto di Max Casacci alla chitarra: venti minuti di set, ideali per dondolarsi bevendo una birra offerta dagli onnipresenti venditori indiani, veri protagonisti dell’evento. Striscioni COPERTINAesilaranti (nella foto il capolavoro) spuntano tra la gente, nel frattempo salgono sul palco i Marta sui Tubi. I migliori del pomeriggio secondo chi vi scrive, ironici – vedi le dediche a Fabri Fibra e Afterhours nell’elenco delle citazioni di Dispari – e sicuri animali da palcoscenico, non disdegnando neppure i riferimenti all’attualità politica nell’introduzione del cantante Giovanni Gulino (“armato” di pallone Super Tele) a Vorrei.
Alla loro grande performance rispondono a modo loro i Ministri, all’esordio sul palco di piazza San Giovanni. La tensione di un appuntamento del genere la pagano anche loro, seppur stakanovisti del live, e l’iniziale Tempi bui li vede ancora in fase di scongelamento. Una volta innestato il diesel, tuttavia, non ce n’è per nessuno, sia nella doppietta Comunque – “La pista anarchica” dal nuovo album, sia nel classico inno Diritto al tetto, che scatena un riuscito pogo sotto il palco.
Una firma per liberare Ocalan, chiedono gli attivisti pro-leader curdo in giro? Magari la prossima volta, per ora si balla al ritmo di quei “tamarri” (cit. Samuel) dei Motel Connection, alfieri della cassa in quattro. Il trio gigioneggia su Two, hit dalla soundtrack di Santa I MINISTRIMaradona e si diverte a citare gli U2, non dimenticando di ribadire il No alla Tav mediante apposito striscione.
Una Geppi in vena di espiazione per la censura rifilata a Fabri Fibra, trascina Ensi in un freestyle che fomenta un pubblico, in prima battuta freddo, solo quando s’inneggia all’antiproibizionismo. Una parentesi archiviata dalle canzoni “pop-ma che cazzo è sto pop?” del giovane sanremese Renzo Rubino, un po’ di maniera ma efficace quando eccede nel bizzarro-teatrale, e dal cantautorato rock di Marco Notari, cui fa difetto soprattutto la forte somiglianza vocale con Alberto Ferrari dei Verdena.
Il secondo atto pomeridiano volge al termine, quando fa capolino on stage il Management del Dolore Post-Operatorio: “che?”, “chi?”, “come se chiamano questi?” i commenti più frequenti. Lo stupore aumenta all’apparire della chierica francescana del cantante Luca Romagnoli, beffardo officiante di una messa profana a base di preservativi. Il tiro di Pornobisogno mette d’accordo credenti e miscredenti, un po’ meno Norman, ma la tensione esplode quando la band attacca il terzo pezzo e viene tagliato l’audio. Geppi interviene per spiegare la situazione, parlando di pausa della diretta tv per lasciare spazio al Tg3, ma al contempo prendendo le distanze dal gesto “sacrilego” del Management. Da dove mi trovo tutto questo (strip-tease di Romagnoli compreso) passa un po’ in sordina, preso fra la pausa per uno spuntino e le aspettative per la serata, a cui spetta di risollevare le sorti di un concerto finora opaco. Panino e birra a cinque euro su viale Emanuele Filiberto, la pioggia che va e viene, la gente che arriva e si torna in piazza per il gran finale.
Spetta all’Orchestra dei 100 violoncelli di Giovanni Sollima inaugurare il terzo atto con l’Inno di Mameli, preludio a una formidabile esibizione, con la collaborazione della Cucciari, che riesce inopinatamente a catturare l’attenzione e a guadagnarsi l’applauso dei 700mila (dati Rai) presenti, bardati con mantelle, cappucci e ombrelli, spesso di fortuna. La pioggia è il sottofondo del primo e più DI GIACOMO, NOCENZIpositivo dei tre interventi dell’Orchestra del Rock guidata da Vittorio Cosma, tutto dedicato al prog italiano degli anni ’70: Area (con Gulino a omaggiare Demetrio Stratos), Banco del Mutuo Soccorso, con gli eterni Francesco Di Giacomo e Vittorio Nocenzi, PFM e con la splendida rilettura di Un mondo d’amore di Gianni Morandi, affidata alla sensibilità espressiva di Niccolò Fabi.
A questo punto ci si potrebbe aspettare un Silvestri o un Gazzè per suscitare l’entusiasmo generale, specie dei più giovani. Tocca, invece, al Premio Oscar Nicola Piovani, in ensemble con Sollima, Fabrizio Bosso alla tromba e Tosca alla voce: set intenso e magnificamente eseguito, ma che non riesce a incuriosire più di tanto il pubblico. Pubblico che reagisce calorosamente all’annuncio di Daniele Silvestri, qui per cantare A bocca chiusa accompagnato dall’interprete Renato Vicini e dai ragazzi di Radio Kaos Italy in nome della battaglia per il riconoscimento ufficiale della LIS, lingua per i non udenti, anche in Italia. Il cantautore romano saluta il concerto contemporaneo di Taranto e guida la piazza in un emozionante applauso silenzioso a mani alzate, nella lingua dei segni.
Si fa un po’ attendere l’ospite successivo, Max Gazzè, che fra le sanremesi I tuoi maledettissimi impegni in apertura e Sotto Casa in chiusura, inserisce storici brani come Cara Valentina, La favola di Adamo ed Eva e, vertice dei suoi venticinque minuti di live, il duetto con Fabi su Vento d’estate, che coinvolge ragazze e ragazzi, prima del “devasto” sul suo ultimo brano. Unico neo è la pubblicità televisiva che, di fatto, costringe Max a spezzare in due tronconi la sua scaletta. Altri tempi morti sembrano, almeno stando agli umori del pubblico, le letture dei temi dei figli degli immigrati in Italia, per sensibilizzare sul problema della cittadinanza e sulle carenze interculturali della scuola. Ora l’attesa è per Elio e le Storie Tese, artefici di uno “spettacolino di circa mezz’ora” come lo definiscono loro stessi, impeccabili istrioni che riescono per qualche minuto anche a far cessare la pioggia. Fra un Bunga Bunga “per non dimenticare”, un Mangoni da Oscar nell’introduzione alla APPINO + COLAPESCECanzone mononota, le classiche e ballatissime Born to be Abramo e Il Rock and Roll, fino all’apoteosi del Complesso del Primo Maggio, aperta da un autoironico Eugenio Finardi nella pastorale ouverture A piazza San Giovanni, i sei milanesi (con Rocco Tanica rimpiazzato in quest’occasione da Vittorio Cosma) conquistano la piazza, nel momento più alto della giornata. Parco Sempione conclude l’applaudito “spettacolino”, a cui fa seguito un nuovo episodio dell’Orchestra del Rock (con Adriano Viterbini alla chitarra), stavolta con Federico Zampaglione a “luciodalleggiare” in una bella versione di Com’è profondo il mare. A Erika Mou tocca una cover rischiosa come Futura, da cui esce parzialmente indenne solo in virtù della sua grazia, mentre il trio “indie” Colapesce, Appino e Cosmo rivisita ma non troppo la degregoriana Viva l’Italia. L’ultimo omaggio, con l’Orchestra al completo, è ad Adriano Celentano e al groove immortale di Prisencolinensinenciusol, impreziosito da un vibrante monologo di Emidio Clementi dei Massimo Volume e dal sax di James Senese.
Intanto, c’è chi se n’è già andato, destinazione Termini per prendere l’ultimo treno per tornare a casa, e c’è chi è rimasto, soprattutto per vedere Vinicio Capossela, aggiuntosi in extremis e che si presenta sul palco alle undici e mezza, attorniato dalla Banda della Posta, pronto a celebrare il Veglione della Grande Coalizione. È il ballo finale, da danzare nel fango, sempre più velocemente, per chiudere il sipario anche sull’ultimo atto di un Primo Maggio che non sa più decidere se restare anche uno spazio di riflessione o abbandonarsi totalmente allo spettacolo, mentre i soldi sono finiti e le grandi star si allontanano dal proscenio.
Esco lentamente dalla piazza, le ultime foto, i saluti con gli amici, le note di Cristiano De Andrè che rimane a suonare anche quando la diretta della Rai è già terminata. Vado verso la metro, do la buonanotte via Whatsapp alla banda di Cheap Sound e inizio a sentire la stanchezza di oltre dieci ore di “diretta”. Chissà se riuscirò a dormire, con tutta quella Coca Cola Zero che alcune gentili signorine regalavano oggi in piazza…

                                                                                                                 Gianluca Marchionne

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