Rome Psych Fest #Day2 @Monk 02/10/16

The Oscillation, Julie’s Haircut, Ulrika Spacek e tanto ancora per la  serata conclusiva al Monk

Il Rome Psych Fest va avanti. Nonostante ci sia Roma- Inter, e l’intera capitale sia bloccata per da una partita di pallone, il Monk sembra un’isola felice dove il calcio non esiste, e sotto il palco dominato da The Oscillation c’è una discreta folla, nonostante sia ancora piuttosto presto. E’ l’effetto domino della sera precedente: un festival che, per il tipo di musica e location, sarebbe potuto continuare ad oltranza giorno e notte, come nei migliori club berlinesi.

The Oscillation. “We are from the North of London”, è questo che mi dice, anzi Damien, il leader della band, con un bicchiere in una mano e una sigaretta nell’altra. Ragazzi simpatici, alla mano, grandi personaggi. Riconosci il suo essere british da un chilometro, e quando sale sul palco, quest’effetto si amplifica notevolmente. Jack nella Fender Jaguar, e si dà il via alle danze.

Attilio: The Oscillation sono in tre, ma sembrano in sei. Musicisti eccezionali, alternativi, ma nella vera accezione del termine, quella della devianza e della diversità dall’ordinario, dal banale: una vera e propria alternativa, appunto, a quanto visto e sentito finora. Il loro è un vero e proprio muro di suono, costruito appunto, anche alla loro grande abilità con gli strumenti e nella sperimentazione: se la batterista Valentina sembra avere quattro braccia, lo stesso vale anche per il bassista Tom, autore ed esecutore di giri e linee di basso conturbanti e perpetue allo stesso tempo. Il leader del gruppo, cantante e chitarrista, crea con i suoi effetti (ha una pedalboard sia per la chitarra che per la voce) un vero e proprio delirio psichedelico. “Lonely people” è un tripudio di psichedelia e noise, una canzone ben strutturata con un testo cortissimo, come piace a me, perché di banalità siamo abituati a sentirne ormai parecchie, lasciamo spazio alla musica, soprattutto quando è buona musica.

Antonella: The Oscillation entrano in scena con un ritmo sostenuto di batteria (strabiliante) , dinamiche di basso wave, voce al limite dell’ipnotico, che dimessa e circolare si intreccia ai delay e si scontra con le distorsioni. Il mix è letale, la platea del Monk è stesa al primo pezzo. I successivi 40 minuti, nei quali avranno suonato al massimo 6-7 pezzi, sono un rincorrersi di ritmiche new wave e psych al limite del drone,  con bordoni elettronici infiniti, delay e voci monotone e intarsi noise. Il genere  che propongono non fa altro che enfatizzare le doti musicali della sessione ritmica: basso e batteria di questa band potrebbero essere dichiarati patrimonio dell’umanità psych-addicted!

Ulrika Spacek. Sul piccolo palco del Lupa Stage salgono sei ragazzi, stanno strettissimi, ci stanno a malapena; sembrano usciti dagli States del 1996.

Attilio: Berlinesi, ma con sede a Londra, le loro influenze sono molteplici: Sonic Youth, Pavement, Sebadoh, Fugazi ma anche i connazionali Colour Haze, in quel tocco di stoner e psichedelia teutonici che non guasta mai. “Strawberry glue” è una rivisitazione europea della musica dei Pavement, così come “There’s a little Passing Cloud in you” sembra uscito dalla penna e dalla fender di Thurston Moore.  Alternano parti cantate in stile canzonetta americana di fine secolo a lunghe code strumentali psichedeliche e ipnotiche; i tre chitarristi intrecciano e tessono riff come intricate ragnatele sonore, stando sempre ognuno al proprio posto, senza strafare, proprio come nell’outro di “Ultra vivid”. La voce del cantante pare di seta, chiara, leggiadra e mai invasiva. Lo show è stato accompagnato da uno spettacolare gioco di luci, orchestrato magicamente dal settimo membro della band , quasi a rendere sinestetica la visione di un concerto già di per sé molto bello.

Antonella: Da Londra arriva un altro mix di suoni molto interessante, diverso, più rock e conosciuto… sarà anche per questo, per gli effetti visivi e per la loro energia, che gli Ulrika Spacek mettono a segno un live notevole. Suoni sporchi, chitarre più grasse e compressioni al limite del garage lasciano spazio, in poche batture, ad arpeggi diafani per poi tuffarsi ancora in ondate di suoni rock. Equilibrio, dinamismo, vitalità nei loro brani, tra tutti la dark psych “I don’t Know” e  la più onirica “She is a Cult” tratti dal loro ultimo album The Album Paranoia.

Cairobi. Arrivano da Londra ma già le loro carte di identità raccontano un meltin pot di culture e provenienze, passando per il loro precente progetto  Vadoinmessico,  arrivano sul main stage del Monk.

I Cairobi giocano con suoni elettronici, voci fluttuanti e giri di basso arrotolati per un groove d’ambiente, autenticamente psych e lisergico. Ottimo il livello musicale dei l’attitudine dei quattro musicisti, autenticamente psych e lisergiche. Tra i pezzi più d’impatto sul pubblico “Lupo”, il loro ultimo singolo con ambientazioni spumose, quasi marine e decisamente  vintage, mentre chiudono il loro set con “Zoraide”, il primo singolo che sancì l’uscita dei Cairobi: una pietra miliare chiude un live che sarà ricordato dai presenti come tra quelli degni di essere rivissuti almeno per un altri paio d’ore!

Parrots. Sul palco del Lupa stage salgono The Parrots, garage surf trio di Madrid, annunciati in pompa magna dal cantante Diego che esclama: «Grazie mille, somos los Parrots!»

Attilio: Non è di certo il tipo di musica che mi piace suonare, né tantomeno ascoltare, però è impossibile non ammettere che i The Parrots sono molto simpatici e tengono benissimo il palco. Il loro è un sound ispirato al rock degli anni ’60, quello dei costumi ad un pezzo intero a strisce bianche e rosse e le tavole da surf, eppure non riescono a far ballare il pubblico del Monk, complice anche la poca conoscenza della band (si sa, si fa molta fatica a ballare o semplicemente a scatenarsi quando non conosci le canzoni). Il loro ultimo singolo “No me gustas, Te quiero”, canzone bilingue inglese spagnolo è molto carina ma non fa breccia nei nostri cuori.

Antonella: Di colori ne hanno e di energia da vendere sono pieni, ma i Parrots stasera non hanno spiccato il volo del tutto. Hanno cantato di certo, sfoderato il loro appeal e rovesciato valanghe di rock surf e garage in chiave madrilena sul pubblico del Monk, immerso in tutt’altro mood. I Parrots comunque regalano una performance divertente e di rottura con il resto della serata, soprattutto il brano “White Fang” è un gioiellino caleidoscopico di suoni e ritmi.

The Hand. Nella sala piccola, dove solo 24 ore prima si è esibita una certa Tess Parks, sale sul palco Lucertola una formazione italiana di musica elettronica, The Hand.

E questo forse è un sacrilegio.

Attilio: Seppur con un suonatore di ocarina, mai visto prima su un palco di un festival romano, i The Hand non rappresentano niente di nuovo, anzi la loro musica è qualcosa di trito e ritrito, sentito e risentito, così come le loro sonorità. La loro è una new wave con basi elettroniche e richiami eighties come Joy Division e Echo & Bunnyman, accostamenti che il più delle volte non stonano, a discapito di una voce poco curata così come i testi per niente scanditi. Interessante ma non irresistibile la cover della Barretiana “See Emily play”, non tanto per l’esecuzione quanto per la scelta: l’arrangiamento è molto curato ma il cantante non riesce davvero a raggiungere le note dell’originale, stonando sistematicamente ad ogni ritornello.

Juie’s Haircut. Senza alcun dubbio il gruppo di punta dell’intera manifestazione, direttamente dall’Emilia Romagna, il miglior gruppo della scena rock psichedelica italiana. Navigati, tanta, tantissima esperienza, cavalcano il palco con la loro musica con maestria ed eleganza, e forse anche un pizzico di strafottenza…

Attilio: Si tratta di un gruppo davvero importante, forse l’unico in grado di incarnare e far rivivere certi valori e certe sonorità: spaziano tanto, tantissimo, dal rock psichedelico più puro all’elettronica più moderna, grazie anche ad un uso sapiente di synth e modulazioni.  Il sax è sicuramente il volto e l’arma in più di questa band, che conferisce un sound decisamente più cupo e particolarmente instabile.Cantano praticamente tutti, e tutti suonano qualsiasi strumento: esageratamente bravi, tutti. La psichedelia che producono non è effetto di allucinogeni ma di puro talento: in alcuni brani è solo lontana parente di quella degli anni ‘60/’70, ma la recepisce in maniera ottimale, recuperandone sonorità perdute, superandola e riproducendola in chiave moderna.

Antonella: Se i the Winstons la prima serata hanno incarnato l’essenza dello psych e del prog, i Julie’s Haircut   stasera al Rome Psych Fest rappresentano la migliore versione e fusione moderna di questi generi. Ecclettici, sperimentatori e musicisti di qualità eccelsa, consapevoli delle loro doti, giocano con strumenti ed armonie regalando un set di pregiato livello. Non solo orecchie, ma anche occhi increduli davanti agli artifizi musicali dei Julie’s e delle loro magiche scatoline che risuonano se accostate ad un fascio di luce: poesia di fotoni ed armoniche. Non credo di poter aggiungere altro allo spettacolo che hanno regalato se non un apprezzamento totale e l’impaziente desiderio di vederli ancora live.

Non poteva esserci miglior chiusura di questa, con una grandissima band e grandissime immagini. È stata una manifestazione veramente all’altezza delle aspettative di tutti; ancora una volta, il pubblico del Monk si è rivelato maturo ed esperto conoscitore di buona musica, indice del fatto che ormai da diversi anni, il club romano è sinonimo di qualità e cultura musicale. Ci siamo divertiti, scatenati e siamo entrati in contatto con realtà semisconosciute in Italia, che speriamo vivamente possano prender piede al più presto. Siamo già carichi per l’edizione del 2017, già in trepidante attesa per scoprire i nomi di chi calcherà nuovamente questi palchi così importanti.

Anche stasera abbiamo rubato qualche punto di vista ad amici presenti tra il pubblico del Rome Psych Fest al Monk: Esmeralda Vascellari di Lady Sometimes Record  ci da la sua TOP 3 fatta da Oscillation / Levitation Room / Indianizer, mentre Nael al secolo Manuela Simonetti di Radio Città Aperta mette in pole position i Julie’s Haircut , seguiti da The Oscillation e Ulrika Spacek, condivido a pieno la sua TOP3 e rilancio con  la nostra fotografa Luisa Ricci da sottopalco ha decretato vincitori della serata Julie’s Haircut, poi Indianiser e Ulrika Spacek.
Il nostro Attilio da la sua tripletta: The Oscillation – Julie’s HaircutUlrika Spacek.

Ci siamo divertiti, scatenati e siamo entrati in contatto con realtà semisconosciute in Italia, che speriamo vivamente possano prender piede al più presto. Siamo già carichi per l’edizione del 2017 del Rome Psych Fest, già in trepidante attesa per scoprire i nomi di chi calcherà nuovamente questi palchi così importanti.

 

Di Attilio Giuliani & Antonella Ragnoli

Foto di Luisa Ricci

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