DUNK | Esperienza & maturità per l’album d’esordio

Dunk

E’ uscito l’omonimo disco d’esordio dei DUNK – via Woodworm Label – la band formata dai due fratelli Giuradei, Luca Ferrari dei Verdena e Carmelo Pipitone (Marta sui Tubi e O.R.K.).

La spontaneità non è mai stata più musicale.

Cosa succede quando in un’epoca che va sempre più verso liriche semplici, suoni campionati e uso esclusivo dei synth, questi quattro musicisti si incontrano? Succede che le chitarre, ultimamente suonate in modo piuttosto elementare o di cui spesso si fa proprio a meno, tornano sapientemente protagoniste, le batterie ricominciano a vibrare, i testi brillano di complessità lineare, e poi succede ancora che tutto questo si fonde con sonorità nuove, e noi siamo liberi di sentirci nostalgici e allo stesso tempo giovani più che mai.

Capita quando a unirsi sono musicisti che hanno contribuito a disegnare i lineamenti del rock italiano sin dai primi anni 2000, ne hanno seguito le trasformazioni e oggi incontrano un momento musicale nuovo. Ettore Giuradei (voce e chitarra nei Dunk) e suo fratello Marco (tastiere, synth, cori) hanno uno stile per certi versi simile a quello dei Marta sui Tubi, come se le due formazioni avessero camminato a tratti su due strade parallele che però, a dispetto delle regole geometriche, alla fine si sono incontrate. Luca Ferrari è incontestabilmente uno dei migliori batteristi italiani: la bacchetta magica, quella delle fiabe? Ecco, la sua: trasforma ogni cosa che tocca e gli conferisce un carattere, una personalità, un colore. E poi ci sono i testi di Ettore articolati ma che non perdono in efficacia e soprattutto se ne fregano delle frasi basic in rima, o quasi, che per carità, ci piacciono e pure tanto, ma che ultimamente vanno fin troppo di moda tra le nuove leve. Lui va dritto per la sua strada, e non sbaglia.

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Carmelo Pipitone

Credo sia questa la caratteristica più interessante di DUNK: la spontaneità, l’assenza di sovrastrutture, di vincoli, di regole, di “Mah…cos’è più figo, questo o quello?”. É un magma di suoni che arriva secco dove vuole, senza prendere deviazioni, ma solo fisiologiche e ammalianti pause in cui far pian piano sgonfiare i suoni appena esplosi. Del resto dalle amicali jam sessions dei Giuradei e Luca nell’HenHouse Studio dei Verdena, al disco, il passo è stato breve. Dopo l’esordio sul palco per il decennale della Latteria Molloy di Brescia, e qualche live, eccoli con naturalezza estrema tirar fuori, insieme a Carmelo Pipitone (chitarre, cori), un album perfettamente strutturato nella sua istintività, muscolarità e sperimentazione.

La prima traccia è “Intro”: si parte piano, chitarra liscia, calda, giusta. Poi arriva la voce particolare di Ettore, con quella sua singolare pronuncia di alcune vocali e consonanti che sicuramente fa perdere la testa a molta gente. L’irruzione di Luca a 1:10 è sorprendente: secca, niente fronzoli, semplice ma emotivamente significativa. “Avevo voglia” inizia con una chitarra che fa rivivere nella modernità l’atmosfera del progressive più puro, mentre Luca alterna con disinvoltura ritmi tribali e colpi decisi, veloci e violenti alle percussioni. “Mila” si apre a sonorità più contemporanee, ritmi delicati armonizzati da una chitarra solo apparentemente sullo sfondo. Infatti, nella variazione del brano, è quella che rimane, diventa protagonista e trascina tutti con sé in una nuvola post-rock strumentale che è uno dei momenti migliori del disco.

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Ettore Giuradei

Segue “E’ altro”, che ha anticipato l’album. Qui, oltre alle vigorose chitarre, spiccano la potenza del batterista e l’uso creativo che fa della campana, noto a chi conosce un po’ il suo modo di suonare, nonché un testo che raggiunge vette di lirismo, soprattutto in “pesco l’angolo vivo del tuo sguardo/ e sento che il mondo esiste/ dentro un sogno gigante/ di una luna nera vestita di bianco”.

Con “Spino” ci si rituffa in un sound ancora più contemporaneo con interessanti linee melodiche delle chitarre, così come interessante è la loro perfetta fusione con le percussioni. “Ballata 1”, per me una delle migliori, è malinconica quanto basta e rassicurante quanto basta: arpeggi che ci cullano e una batteria che tocca il meglio della sua imprevedibilità, com’è nello stile di Luca, dove un giro non è mai uguale all’altro, dove non sai mai cosa ti aspetta dopo, ed è questa la sua vincente armonia ritmica. A metà pezzo avanzano atmosfere alla Motorpshyco che si fanno sempre più incalzanti e ci accompagnano gaudenti fino alla fine. Salutiamo la malinconia con la successiva e più fresca “Amore un’altra”, mentre un fischio a tratti inquietante ci guida verso “Stradina”, ricca di personalità, con un incastro tra testi e musiche che va davvero a definire uno stile riconoscibile. “Ballata 2” ha un andamento imprevedibile, un romanticismo scuro che trova il suo apice espressivo in una coda emozionante che rallenta con l’incedere duro delle percussioni. “Noi non siamo”, altro video che ha anticipato l’album, ha un andamento serrato, procede tutto d’un fiato, non dà modo di riflettere ma anzi spinge con potenza fino alla fine, ed è questa la sua forza.

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Luca Ferrari
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Marco Giuradei

“Intermezzo” chiude il disco in un labirinto ossessivo di suoni e parole, un disco che, per dirla con una citazione di Haruki Murakami (in “Ballata 2”), vuole “Aprire le finestre delle pareti dello spirito/ per fare entrare aria fresca/ è un pensiero, una speranza che ho sempre in testa/ mentre semplicemente scrivo/ senza bisogno di ragionamento”. Ecco si, DUNK non vuole, e non ha bisogno, di ragionamento.

 

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