Galeffi | La recensione di Scudetto

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Arriva da Maciste Dischi una delle novità più attese dalla famigerata scena romana. Un ottimo album serenamente pop!

Pop!

Di questi tempi è una blasfemia: nessuno osi fare del pop, o parlarne (bene), o provare a capire cosa sia. Il pop non esiste più. Esiste l’indie pop, l’electro pop (talvolta, ed è indicativo, soprannominato electro indie), e per quanto assurdo possa sembrare anche il pop rock, ma il POP, pi-o-pi, da un paio d’anni è diventato come una malattia contagiosa: tutti lo vogliono fare, ma nessuno lo fa; soprattutto nessuno lo dice, e chi lo dice diventa il cattivo.

Questo è l’anno in cui Tommaso Paradiso ha sfondato con la sua band pop, diventando un’icona pop. Mai stato odiato e criticato così da chi a questo successo lo ha portato; nota a margine: mai venduti tanti dischi prima. Ma è anche l’anno in cui quel meraviglioso fermento, quella ventata di aria nuova che chiamavamo INDIE, è sprofondato in un medioevo di mediocrità. Cosa c’entra tutto questo con Galeffi?

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Perché è del primo album di Galeffi, Scudetto, di cui vi vorrei parlare. Uscito il 24 novembre per Maciste Dischi, etichetta a mio avviso non estranea al dramma della musica indie di oggi, ma che ha avuto la prontezza di investire su questo artista fresco (freschissimo) dell’ormai ammuffita scena romana.

Momento istituzionale per me: Marco Cantagalli, in arte Galeffi, non è molto che suona dal vivo in giro per la città, ma in pochissimo tempo è diventato un piccolo fenomeno, che tra aperture importanti (penso al concerto dei Canova o al compleanno di Radio Sonica al Monk) e concerti più intimi (due la scorsa stagione al Pierrot Le Fou) ha convinto man mano sempre più pubblico, oltre ai fedelissimi amici che ai suoi concerti sono una vera e propria claque. Riporto dal comunicato stampa: “si nutre di calcio, cinema e Beatles. Inizia scrivendo canzoni in inglese, poi si tuffa sulla lingua italiana e ci prende gusto”; poche semplici parole e racchiudono quasi tutto Galeffi. In effetti dentro Scudetto c’è il calcio (oltre al titolo dell’album, l’ormai immancabile immancabile intermezzo strumentale Quasi è condito da effetti da stadio e fischi dell’arbitro, e Tottigol “scusa se adesso ti appartengo un po’/e grazie che spesso mi fai sentir Tottigol”), il cinema (“sparisci anche tu con me/diventerò Harry tu Hermione” in Potter_Pedalò, “Camilla un giorno è sushi un altro no/coi film di John Belushi sbadiglia un po’/ma senza i suoi peluche non dorme più/perché ha visto troppi horror in tv” in Camilla), e c’è soprattutto musica semplice, diretta, ma soprattutto SUONATA.

Dieci brani, 32 minuti di ottimo pop italiano, conditi da testi spudoratamente d’amore, ma non parliamo di pezzi da metà classifica sanremese, ne di sproloqui d’autore con poco riscontro nel pubblico. E torno al problema dell’indie: se I Cani hanno insegnato che non è vero che “a nominare ciò che esiste non si dice nulla”, sostanzialmente per dare validità a testi scritti e riferiti a quello che un artista vive, a livello lirico al nulla siamo purtroppo arrivati (“te lo ricordi lo zucchero filato?/te lo ricordi lo zucchero filato!” tanto per dirne una), mentre in Scudetto Galeffi riesce a parlare di sentimenti con dolcezza, contestualizzando allo stesso tempo le storie con tipici riferimenti alla nostra generazione (“giri per mercatini/compri solo vinili però/con te mi annoio un po’/ti vesti tutta british/guardi serie in streaming” sempre in Camilla).

Anche la musica, dove oltre al dichiarato riferimento ai Beatles io aggiungerei l’enorme influenza di Cesare Cremonini (più che evidente in Polistirolo), è una piacevole scoperta: il progetto che abbiamo visto tutto l’anno dal vivo (piano, voce e chitarra acustica) è stato sicuramente integrato, senza però essere completamente snaturato dall’elettronica, con tutto che alcuni brani a cui ormai ero affezionato (Occhiaie e Polistirolo, scelti come singoli) sono stati forse over-prodotti, si sente sicuramente lo zampino di Federico Nardelli (Gazzelle) al mix sulla produzione di Alessandro Forte, senza che i pezzi però lo richiedano. Molto limitato però l’intervento dell’elettronica in pezzi come Pensione, Camilla, Tottigol.

Quello che rimane è un album piacevole, attuale, sfacciatamente pop (un po ‘60s, quasi ogni pezzo potrebbe essere un singolo!), e che fa ben sperare per le sorti di una musica che rischia di diventare l’emulazione di se stessa, o di quei pochi validi che hanno sfondato con idee originali. La formula Galeffi funziona alla perfezione, con qualche dubbio solo quando i riferimenti diventano più “cantautoriali” (Burattino). Ovviamente aspettiamo con ansia di ri-ascoltarlo dal vivo con la nuova band e i nuovi arrangiamenti; prossima tappa: 30 novembre al Monk!

 

 

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