Mèsa | il Touché di chi ammette di essere stato colpito

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Dopo un EP autoprodotto nel 2017, la giovane Mèsa, metà sciciliana metà romana, approda in Bomba Dischi con il touché di chi ammette di essere stato colpito a fondo e ora lo racconta in musica.

Eccola qua Mèsa, cresciuta a pane e Nirvana, coi Pixies in cuffia e gli arpeggi alla Nick Drake su cui esercitarsi in cameretta magari quand’era ragazzina e già improvvisava linee vocali alla Cristina Donà, senza neanche saperlo. É così che immagino questa giovane e schietta Federica Messa, la donna di Bomba Dischi, nata nel ’91, giusto in tempo per poter respirare, da piccola, ancora un po’ di eredità dei migliori Novanta prima di tuffarsi a pieno nei Duemila, fino a farli incontrare a metà strada in un disco d’esordio che fonde alt-rock, syhnt-pop e folk contemporaneo.

Si chiama Touché e, al netto di qualche momento acerbo e di una certa dose di incertezza, quest’album ha un indiscutibile pregio: è onesto, diretto, sincero. È il touché di chi ammette di essere stato colpito, e anche molto a fondo, da “tutte le lotte lottate fortissimo e perse ancora più forte” (in “Tutto”) e che ora rimette insieme i pezzi partendo da queste undici tracce. Un racconto di sofferenza ma con la leggerezza terapeutica di chi, proprio grazie al racconto, la sofferenza l’ha messa via.

La prima traccia “Non me lo ricordavo”, parte con un arpeggio e una ritmica in stile Verdena di Solo un Grande Sasso, ma meno cupi. Colpisce subito il timbro particolarissimo di Federica, da bimba confusa che nasconde però una buona dose di aggressività, con quel suo modo, che a tratti conquista a tratti confonde, di lasciare le vocali finali sempre un po’ aperte e (volutamente?) un po’ calanti. La coda del brano ci presenta un compagno di viaggio caratteristico di Touché, ovvero quell’aprirsi dei brani affidato a una buona pedaliera con un tremolo dal sapore post-rock. Segue “Lividi a pois” che scorre via semplice seguita dalla più interessante “A chi”, una delle migliori del disco, così come “Le metamorfosi dell’aria”, forse la più riuscita, nella quale è impossibile non pensare a Cristina Donà che, tra l’altro, non è l’unico riferimento femminile a cui ci riporta Touché (penso a Levante o Carmen Consoli). «Mettiamo il caso che un giorno mi sveglio/ e quando alzo la serranda/ tutto quello che riesco a vedere fuori dalla finestra/ sono le cose che non ho.» riflette Federica nel brano. Qui, come nell’autobiografica “La colpa”, emerge un’altra qualità di questo esordio, che è l’ottima scrittura dei testi, ben costruiti lessicalmente e strutturalmente. E penso anche a concetti come «Lo spazio che ci siamo dati non esiste/ lo spazio che ci siamo tolti prende forma in questo deserto» da “Morto a galla”, già presente nel suo EP di debutto come “Tutto” e “La Colpa”, che in questa nuova versione perde un po’di carattere ma acquista un buon colore psychedelic-folk.

La fusione tra aperture elettriche e ossatura acustica prosegue attraverso le successive fino alla chiusura affidata ad “Oceanoletto”, il singolo che ha anticipato il disco. Qui luci e nebbia, a-là Soap&Skin e Slowdive, ci fanno fare, appunto, un lento tuffo in un bel dream-pop intriso di rarefazioni sonore, con il pregio della lingua italiana che, seppur molto usata ormai, è sempre una sfida associare a sonorità come queste. E Mèsa ci riesce più che bene nel suo Touché, che forse non è una sorpresa musicale rivoluzionaria, ma ci fa attendere con curiosità il futuro promettente di questa giovane artista.

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