Stella Maris | La recensione di… Stella Maris

stella maris

Una super band di amanti della musica che vuole comunicare oltre il suo tempo il proprio messaggio, con un intento che forse si può riassumere nel voler mettere tutta la loro esperienza in quel piatto di antiquariato che troviamo nella copertina.

Gli Stella Maris nascono dal matrimonio artistico di Umberto Maria Giardini (voce) e Ugo Cappadonia (chitarre acustiche, elettriche), che si anima nel segno della riscoperta di quegli anni ’80, taglienti, evocativi, rarefatti: le chitarre hanno un rimando festoso agli Smiths, mentre i testi incorniciano almeno in apparenza un panorama bucolico, perché poi, andando a scavare più a fondo, diventa tutto estremamente vicino al quotidiano e immerso nella contemporaneità: Umberto Maria Giardini è maestro nello scrivere di religione che emana dalle cose, di amore che si aggrappa ai gesti quotidiani.

In sala di registrazione si aggiungono agli Stella Maris: Gianluca Bartolo (chitarre acustiche, elettriche), Paolo Narduzzo (basso) ed Emanuele Alosi (batteria, percussioni).

Vengono rilasciati i primi due singoli, e già si espone quell’estetica sognante e malinconica che caratterizza l’album omonimo, Stella Maris (La Tempesta dischi / Khalisa dischi), e che ben si riconosce nell’ultima produzione di U.M.G., che sfrutta l’immediatezza del pop per esprimere concetti che nobilitino l’animo umano. Non si può non amare la sua interpretazione di “Eleonora no”, una delle canzoni d’amore più belle che siano mai state scritte: racconta la sofferenza di un uomo che cerca di sublimare il dolore del ricordo narrando in terza persona il passato e lo fa con la metafora del cibo , mentre rivede lo sbaglio che ha fatto fidandosi di lei. “Non importa quando” rimargina la ferita subito dopo, incassando anche qui colpi d’amore con ironia mentre  le chitarre accompagnano il pianto di questa ballad.

Da queste due hit in avanti, Stella Maris si conferma un’inchiesta sulle abitudini dell’uomo, potremmo dire dell’italiano medio, con accorgimenti alimentari salutisti ed esempi di quotidiana anarchia, o ancora malgoverno e analfabetismo funzionale affrontato di petto.

Frasi sempre molto forti che premiano chi cerca di trovare una via di mezzo tra realtà e mondo ideale. Il viaggio nell’Italia, battezzato dalle altezze sonore di Giardini e soci, è quindi sempre un ibrido, un occhio che da una parte gioisce e dall’altro soffre quello che vede.

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C’è il rock alla Black Sabbath di “Piango Pietre”, che calca la mano volendo essere catastrofico nei suoi pronostici . Altrove, ritornelli più fedeli al cantautorato italiano sanremese intonano: <<Finché vivrai io vivrò […] Gemma di origine ignota, libellula, gioia e miseria>> in “Quella primavera silenziosa”, riprendendo stilemi classicheggianti in chiave contemporanea.

“Rifletti e Rimandi” è invece una canzone che dichiara entusiasta tutto il suo amore nonostante “l’inverno lungo col portafoglio vuoto” e il malgoverno mentre i riff folk delle chitarre aiutano a farsi scivolare addosso i malanni con la solita ironia e le consuete metafore.

Altra firma immancabile di U.M.G. sono i titoli che riassumono il senso della canzone, come “Quando un amore muore non ci sono colpe”, e va da sé che il testo toccherà quelle corde malinconiche e sentiremo quella voce sofferente cercare di rivalersi su storie del passato; e ancora “Se non sai cosa mangi come puoi sapere cosa piangi” scioglilingua che continua all’infinito fino a svanire, insieme al complesso di chitarre e percussioni, nel fade out, com’è giusto che finisca il disco di un gruppo che si propone di fare bene le cose come una volta.

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