Autoreverse + Joe Victor live@Lanificio 159

Quando mi è stato chiesto di scrivere la recensione del live “AUTOREVERSE+Joe Victor” del 28 gennaio al Lanificio 159 ho dato per scontato che sarebbe stato tutto molto semplice. In fin dei conti avrei “soltanto” dovuto parlare di due dei gruppi più affermati della recente scena musicale romana. Avrei “soltanto” dovuto dire che “la serata è stata un successo, gente a fiumi, musica bella.
Per la semplicità e la velocità che, in linea di massima, dovrebbe contraddistinguere uno scrittore, il giorno dopo (dopo aver smaltito la sbornia anch’essa più che scontata) mi sarei messa al computer e in serata avrei finito l’articolo.
Ecco, questo dare per scontato tutte queste cose ha fatto sì che io non scrivessi proprio nulla.
Perché? Perché, al contrario, quello che più mi ha interessato è stato aspettare.
Aspettare che le cose più rilevanti assumessero più importanza di quelle scontate.

Se avessi voluto raccontarvi del concerto in poche righe avrei potuto dirvi che il suono era buono, il locale pieno, gli artisti molto presenti e le emozioni forti e grandi. Invece io voglio scrivere della volontà e il coraggio di distinguersi.

Oggi per fare buona musica, per fare la musica che oltre ad essere bella arriva e piace alle persone, bisogna sapersi dare a giuste dosi, nei giusti tempi, rinunciando a qualcosa, accettando qualcos’altro. Bisogna insomma saper selezionare.
Allora ho immaginato che per far si che dalla serata del 28 gennaio uscisse qualcosa di più del solito concerto, “i capi” si fossero messi a tavolino e, prendendo in considerazione le varie carte che gli si presentavano davanti, avessero selezionato soltanto il meglio. Perché così è stato.

Partendo dal’inizio, dall’inizio dell’inizio. Ad aprire il concerto: Francesca Antonini e Alessandro Rebesani. Lei abbraccia la chitarra, chiude gli occhi e in un attimo (un attimo che ti estrania da tutto) tira fuori “quella” voce, la voce che ti rapisce. Una voce chiusa in un corpo elegante e mai invadente.
Lui, la chitarra la abbraccia suonandola e canta, leggero e complice.
Insieme hanno aperto la serata e, a dir la verità, un po’ è dispiaciuto averli sentiti per così poco, così presto. Ma è stato giusto così, la selezione de “i capi” aveva in serbo per noi due grandi sorprese.

AUTOREVERSE + JOE VICTOR 2Calvino, nelle città invisibili, diceva : “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.

Gli AUTOREVERSE (Francesco Megha, Marco Lo Forti, Lorenzo Amoruso, Mattia Castagna e Luca Marini), che fanno musica insieme da dieci anni e che sono stati il primo “grande” gruppo a suonare giovedì al Lanificio, quel qualcosa che non è inferno lo hanno riconosciuto e hanno trovato il mondo di dargli spazio: la scrittura per musica in italiano, in Italia, per orecchie italiane. Questo è quello che di solito si da per scontato e che in realtà non lo è proprio per niente.
Già, perché oggi quello che è realmente scontato è ambire a un mercato internazionale e, quindi, parlare con le parole che sanno arrivare, nella lingua che può far si che questo si realizzi.
“L’inferno dei viventi”, la smania di essere, l’ansia di esserci.

Gli AUTOREVERSE ci parlano nella nostra lingua e vi assicuro che sanno esserci eccome.
Hanno saputo esserci soprattutto quella sera al Lanificio, durante la quale quelle parole tanto volute e sentite da Francesco Megha hanno risuonato nella bocca di tante, davvero tante persone.
L’impressione è stata quella di essere parte di una grande famiglia che attendeva con entusiasmo la canzone successiva per dire “So anche questa!“. Le canzoni degli AUTOREVERSE sono così: ti entrano in testa così tanto che potresti canticchiarle, senza rendertene conto, anche per un’intera settimana (ci sono testimoni che sono disposti ad ammetterlo).

Ho detto che il locale era così pieno di gente che molti non sono riusciti ad entrare? Tutta colpa dei Joe Victor (Gabriele Amalfitano, Mattia Bocchi, Michele Amoruso, Valerio Almeida Roscioni) secondo e ultimo gruppo a suonare quella sera. Loro, diciamo la verità, a questo ormai ci sono abituati.
Da più di un anno i Joe Victor infiammano le strade che percorrono. Non è una metafora. Sentirli suonare ti da proprio quella sensazione di calore sotto i piedi, come camminare su un bracere ardente.
E allora salti, ti agiti, urli e li ringrazi. Li ringrazi per dare senso a tutta la fila che hai fatto, tanto che alla fine andresti da Gabriele a stringergli la mano e a dirgli “ne è valsa la pena”.
Per loro il “non inferno” è il Blues e provano a difenderlo e a riproporlo in una chiave più moderna (si muovono anche nel campo del pop/folk). Però, si sa, il Blues non è Blues se non brucia, non scotta, non piange, non si arrabbia e i Joe Victor non rinunciano assolutamente a questa parte fondamentale di questo genere.
Questa serata è stata la dimostrazione (se ce ne fosse stato bisogno) che Gabriele Amalfitano sa lanciare la sua voce così in largo da arrivare a chiunque, anche a quelli che erano rimasti fuori dalla sala al cambio gruppo (io, per esempio).

La serata del Lanificio finisce qui, tra tanta gioia e qualche rammarico da parte di chi non è riuscito ad arrivare presto per godersi tutto lo spettacolo. Due giorni dopo, però, il Cantine ha aperto le porte, gratuitamente, a tutti coloro che per un motivo o per l’altro al Lanificio non c’erano stati. Questa volta, però, in acustico: chitarra, divano, Francesco e Gabriele (e Valerio).
Stessa storia, stessa gioia.

Tutto questo ci ha dato la dimostrazione del fatto che ad unirsi e selezionarsi (scegliersi per fare musica insieme) non c’è che da guadagnare. E allora non resta che dire: Bravi, bravi e furbi!

 

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