Live report: Rhapsody of Fire @ Orion Club

Diciamoci le cose come stanno: essere metallari non è uno scherzo.
A Roma poi non ne parliamo: seguire la propria band del cuore nella Capitale non è una storia di apericene e bibliocaffè hipsterici in localini del centro, armati di sciarpa e giacchetta in tweed e twee e twerk.
Pensate più a una quest che vi coinvolge, sì, proprio a voi, mentre guidate i vostri cavalli d’acciaio attraverso sentieri sconnessi, costeggiati da filo spinato, oltre i quali mostri metallici volanti vi guardano circospetti; tenete care le vostre spade, amici, perché nel proseguo del vostro cammino, un esercito nero come la pece vi volterà le spalle e allora potrete solo attendere, armati di coraggio e pazienza.
Va bene, ok, sì, mi sono persa, ho costeggiato l’aeroporto di Ciampino per giungere all’Orion Club nella tiepida serata di lunedì 31 marzo, ritrovandomi di fronte una fiumana di gente tale da richiedere l’entrata a scaglioni. Come in una discoteca: guarda te a denigrare poi come si finisce.
Il pienone è perfettamente giustificato, il carnet di band presenti questa sera è abbondante e pregiato: Elvenking e Rhapsody of Fire, come special guest dei Gamma Ray in tour. A pronunciarli in fila, si sentono le voci che fanno “tripletta!”
Aprono gli Elvenking, band storica nel panorama power metal italiano, già special guest dei Rhapsody of Fire in altre occasioni; nonostante i cambi di formazione ormai neanche più troppo recenti, lo stuolo di estimatori è rimasto nutrito e compatto attorno a loro. La voce di Damna si impone durante tutta la performance e guida il sound del gruppo, con il suo timbro sfrontato e decisamente poco “accademico”, per i canoni del genere; tutti gli strumenti girano attorno a lui, in combinazioni varie e bilanciate tra occasioni di deciso power, in cui le sezioni ritmiche meritano delle menzioni d’onore, e reminescenze folk accompagnate dal violino elettrico.  Regalo per i fan, ben due canzoni nuove presentate: Elvenlegions e l’intrigante Moonbeam Stone Circle, entrambe presenti nell’ottavo album The Pagan Manifesto, in uscita il 9 maggio. Occasione interessante, dopo Era, esperimento variegato da alcuni percepito come transizione (ma de che?)
E già ci sarebbe abbastanza per cui stare bene, ma il pubblico scalpita: basta una base per provare gli strumenti per urlare. Ok, il tour sarà pure dei Gamma Ray, ma l’accoglienza più calorosa è tutta per  Alex e Oliver Holzwarth, Roberto de Micheli, Alex Staropoli e (rullo di tamburi) Fabio Lione, da sempre voce dei Rhapsody of Fire, il cantante che tutti vogliono, tra Hollow Haze, Angra e Vision Divine. Dopo un’apertura un po’ in sordina, c’è spazio per Land Of Immortals, direttamente dal primissimo album della band, cantata a squarciagola da tutto il pubblico, e nel mezzo del concerto la nuova Dark Wings of Steel: gli estremi di un percorso, il masterpiece delle origini contro il successo forse un po’ mancato, ma potente nella sua versione live. Nel mezzo, c’è stato posto per i brani nuovi, ma i virtuosismi della voce di Lione hanno riportato all’Orion, tra le altre, anche la power che più power non si può Holy Thunderforce, la melodica e struggente Lamento Eroico, omaggio in madrelingua, l’epica Dawn of Victory e la corale March of the Swordmaster. Gozzoviglia antologica di epicità e saghe, con i potenti riff di Roberto de Micheli, che riprende in maniera eccellente certe maniere di Luca Turilli, ma rimanendo coerente alla sua indole, un po’ più di sostanza, un po’ più concreta, rispetto a certi barocchismi. Alex Staropoli si conferma il vero architetto della band, oggi come ieri, con le monumentali impalcature tastieristiche, sostenuto da basso e batteria con un brio venuto fuori tutto in live. A chiudere il tutto, un’ottima esecuzione di Emerald Sword, resa forse non perfetta da un’acustica non sempre eccezionale.
Dulcis in fundo, i Gamma Ray, blasonatissima band power metal tedesca, mostro sacro del genere; reduci dal rogo degli Hammer Studios, loro studio di registrazione, il gruppo non ha mostrato alcuna intenzione di arrendersi e il loro live di promozione per il loro nuovo album The Empire of Undead è stato letteralmente incendiario, a riprova che dopo un periodo di smarrimento, la strada delle sonorità heavy è stata di nuovo intrapresa e con successo. La strizzatina d’occhio che ogni tanto i nuovi pezzi sembrano fare ai Judas Priest non appare così scandalosa, grazie alla voce di Kai Hansen, risorto dalle proprie ceneri con degli scream da sogno che non fanno rimpiangere nulla del passato. Un encomio alla batteria e allo splendido assolo: probabilmente Dio il settimo giorno fece molte cose, compreso dare una batteria a Michael Ehré e notare che aveva avuto una gran bella idea.
Tra vecchio e nuovo c’è uno scarto, che forse ai nostalgici farà rimpiangere ben altri live da golden age, non a torto: eppure questa serata ha mostrato tre gruppi maturi, nel pieno di nuove svolte artistiche ed evoluzioni. La prova che ancora questo genere ha moltissimo da dire, in modo sostanziale, a dispetto di tante mode effimere.

F.S.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *