JAZZ: intervista a Roberto Nicoletti

Roberto Nicoletti

Figlio della migliore tradizione musicale degli anni sessanta e settanta, Roberto Nicoletti è sicuramente un esempio rappresentativo del jazzista e, più in generale, del musicista professionista contemporaneo.
E’ un chitarrista nato e cresciuto nella musica che ha fatto storia, trovando la propria formazione nei decenni che costituiscono alcuni dei pilastri dell’attuale cultura musicale: Hendrix, Lennon, Ellington, Montgomery sono fra i capisaldi che annovera fra i suoi riferimenti stilistici.
Ed infatti il suo è un messaggio musicale che attinge pienamente dai suddetti: profondo conoscitore degli standard, rielabora in chiave moderna e personale sonorità e ed espressioni relativamente classiche avvalendosi di forti conoscenze armoniche ed improvvisative, oltre ad un’ampia apertura mentale e musicale.
Ma la sua, sopratutto, è una musica priva di presunzione o dei fin troppi diffusi protagonismi, che pone l’accento non solo sull’importanza del solista, ma anche su quella della chitarra d’accompagnamento, sulla forza della ritmica, del groove, del far camminare il brano.
Oltre ad un’intensa attività didattica, fra le sue esperienze professionali si annoverano partecipazioni come assistente a laboratori tenuti da musicisti come Mike Stern, Jim Kelly, John Stowell, oltre a diverse incisioni (come Compagno di Eros, o Tracks) assieme a Carlo Cittadini.
Conoscendo Roberto e avendo studiato con lui ai suoi laboratori Jazz e Blues, anche questa volta ho scelto la forma dell’intervista, curioso di sentire cosa abbia da dire sia riguardo le sue esperienze formative, sia riguardo l’attuale situazione musicale.

DOMANDA. Come e quando ti sei approcciato alla musica?
RISPOSTA. Iniziai a suonare la chitarra a dodici anni, facendomi coinvolgere dalla passione per la musica, e in particolare per questo strumento, che dilagava fra tutti i ragazzi della mia età. In breve tempo inizia a suonare in piccoli gruppi con i miei amici, e fin da giovane decisi che quella del chitarrista sarebbe stata la mia professione.

D. Una scelta coraggiosa, soprattutto per quell’età. Successivamente hai studiato presso qualche scuola, o maestro privato?
R. Frequentai prima il Ciac, e successivamente la scuola di Testaccio, ma in Italia mi sentivo limitato. I generi e i musicisti che mi appassionavo erano tutti nati nel panorama anglosassone, qui ci limitavano a seguirli senza renderci conto di cosa significasse veramente vivere quell’ambiente.

D. Hai studiato all’estero quindi?
R. Si. A quei tempi non esistevano video, non esisteva internet. Il mondo americano era di un’importanza fondamentale per noi musicisti, e l’unico modo per conoscerlo era andare a vederlo con i nostri occhi. Ho studiato alla Boston Berklee per dodici settimane, immergendomi in un ambiente che fino ad allora avevo solo immaginato. L’esperienza didattica americana fu fondamentale, soprattutto per quanto riguarda l’approccio teorico: in tre mesi approfondì intensamente le mie nozioni armoniche, improvvisative e, in particolare, le mie capacità in lettura musicale.
Uno studio complesso e sistematico che fu propedeutico a quella che divenne la mia carriera nel mondo didattico.

D. Soffermiamoci su questo. Tu hai scelto di diventare un musicista dedito prevalentemente all’insegnamento. Come mai questa scelta? E in che scuole insegni?
R. Iniziai a soli diciotto anni al Ciac School of Music, dove insegno tutt’ora e gestisco i laboratori blues e jazz. Inizia ad insegnare da giovane anche alla Scuola Popolare di Testaccio dove, dal 2001, ricopro il ruolo di presidente oltre a gestire i laboratori d’improvvisazione. La mia è una scelta dettata dal desiderio d’insegnare quello che ho imparato durante una vita di musica, ma anche dal senso di delusione che provo per l’attuale panorama musicale, sia italiano, sia romano.

D. Spiegati meglio su quest’ultimo punto.
R. C’è in generale una carenza di originalità, legata all'(ovvia) esigenza che molti musicisti hanno di ancorarsi al mondo del lavoro, che sempre di più risente di una mancanza di dinamismo musicale da parte della grande percentuale del pubblico. Per lavorare ci si accontenta di eseguire cover relativamente sterili, dando sempre meno spazio all’espressione personale. In generale trovo che via sia una generale tendenza all’uniformarsi. L’insegnamento dà la possibilità di avere invece una sicurezza economica che permette di concentrarsi sulla propria musica.

D. C’è qualche gruppo che attualmente consideri innovativo o, in generale, privo di questa staticità musicale?
R. Posso citare i Neo. Ma, più genericamente, apprezzo tutti quei gruppi che non hanno paura dell’innovazione e sono interessati alle nuove forme musicali: trovo molto interessante il lavoro di quei Dj che provano fusioni con la musica Jazz, ad esempio. Con il jazz bisogna aprirsi a nuove possibilità musicali, e non ancorarsi alle esigenze di mercato. Manipolare un po’ le cose. Gli anni sessanta sono finiti da un bel po’ e bisogna rendersene conto, anche a costo di rinunciare a qualche incasso.

D. Ti ringrazio per il tuo tempo Roberto, un saluto.
R. Ciao Federico.

F.G.

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