“Roma Brucia”, 14 Luglio Intervista ai The Wires

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“Roma Brucia”, 14 Luglio Intervista ai The Wires

Ore 19.00 Roma Brucia, piazzale del Verano.

Il festival dei gruppi romani che spaccano ha avuto inizio da poco. Ventidue band, scelte da chi organizza concerti tutto l’anno, in due giorni all’insegna della musica. Il caldo asfissiante e il sole ancora alto in cielo non hanno scoraggiato nessuno, seduti sulle sdraio, a sorseggiare un cocktail. In giro, tra gli stand, il pubblico c’è nonostante la serata sia appena iniziata. Anche noi di Cheap Sound ci siamo, e dopo la loro esibizione riusciamo ad intervistare il duo dei The Wires (di cui abbiamo già parlato).

CHEAP SOUND – Partiamo dal vostro genere musicale, che è essenzialmente “rock psichedelico”. Com’è fare questo genere nella scena musicale underground romana? Avete un vostro pubblico o sentite comunque di appartenere, in un certo senso, ad un filone musicale di nicchia?

THE WIRES – Io credo che non saremo mai sentiti e apprezzati davvero in Italia perché non c’è la mentalità, oltre che pubblico per il nostro genere musicale, che ha sicuramente qualcosa del rock psichedelico ma spazia anche in altri generi. Diciamo che è difficile qualificarci poiché il nostro è un progetto a due molto particolare, mentre i gruppi di solito solo molto più numerosi. Più che un genere definito, è proprio un genere a sé.

CS – Ci sono artisti particolari che vi hanno influenzato? Riuscite a riscontrarvi, per il vostro genere musicale con qualche gruppo italiano?

TW – Tutti esteri, musica soprattutto anni 20 e 30. Molto blues. Di italiano, per quanto riguardo il passato poco o nulla. Per quanto riguarda i giovani, ora, soprattutto al nord stanno nascondendo delle realtà musicali molto interessanti.

CS – Sappiamo che avete passato un bel po di tempo in Inghilterra. Cosa potete dirci della vostra esperienza all’estero? È differente suonare a Londra che suonare in Italia, e specialmente a Roma? E cosa c’è di diverso?

TW – Guarda è tutto differente. Dall’ambiente, alla partecipazione del pubblico, all’organizzazione delle serate, alla volontà della gente di essere aperta a qualsiasi band che faccia musica, indipendentemente da dove provenga o da che genere faccia. A Londra ci hanno chiamato. Zaini in spalla, chitarra e nulla più e siamo andati. Lì eravamo sconosciuti ed è venuta a sentirci moltissima gente. Non voglio fare un discorso di massa, ma parlo da un punto di vista di vero e proprio rapporto artista-pubblico. Riusciamo ad essere headliner a Londra e non qui. E se tu vedi la musica come tutta la tua vita, come il massimo dell’elevazione, una situazione così è davvero deprimente.

CS – Questo è un discorso che fate per il vostro genere, o per la musica in generale?

TW – Il problema è che qui è tutto molto fatiscente. Certo questo vale specialmente per il nostro genere, ma è una cosa che abbiamo notato e che vediamo un po’ ovunque. Le persone all’estero sono più interessate. E’ brutto da dire, ma è così: in Italia, io ti ascolto perché ti conosco, non riusciamo ad essere aperti a nuovi gruppi, a nuove visioni musicali. Per noi la musica è fatta all’unisono da chi sta sotto al palco e chi sta sopra. C’è bisogno di partecipazione, e qui in Italia, a Roma, manca. C’è troppo distacco tra chi fa musica e chi viene ad ascoltarla. Ma è colpa anche di chi organizza le serate; si guarda alla quantità, a chi porta più gente anche se poi suonano come cani.

CS – Secondo voi questa diffidenza del pubblico, questa difficoltà di approccio, è data solo dal genere e dal contesto italiano, o anche perché cantate comunque solo in inglese? Non avete mai pensato di fare un esperimento cantando nella vostra lingua d’origine?

TW – Sicuramente è dato anche da questo. L’abbiamo notato anche stasera, essendo il primo gruppo della serata a non cantare in italiano. Un gruppo romano che canta in italiano a Roma, va di più di un gruppo romano che canta in inglese. C’è chi ci ha proposto ed invogliato a cantare in italiano. “Fate questo pezzo in italiano e diventate trenta volte più popolari dei Verdena!”. Ma il discorso è che, prima di tutto il nostro genere sarebbe davvero svuotato cantando in italiano, e poi se canti in italiano, rimani essenzialmente in Italia. Se canti in inglese, ti si aprono tutte le strade del mondo.

CS – E per quanto riguarda il nuovo album? Dove l’avete registrato?

TW – L’abbiamo scritto gran parte a Londra, ma siamo venuti a registrarlo qui. Più che altro per i costi. Ma appena faremo un po’ di soldi ce ne andremo subito a registrare fuori, assolutamente. In Italia c’è poca professionalità anche in questo. Il prossimo lo registreremo  in analogico, che oltre a non essere molto costoso, rende il suono molto meglio.

CS – Prossimi live e progetti?

TW – Allora abbiamo un live ad agosto al Circolo degli Artisti, poi pausa estiva in cui ci separeremo, e speriamo di cominciare con un bel tour ad ottobre. All’estero speriamo, infatti ci hanno chiamato oggi degli amici in Canada che hanno ascoltato il disco. Abbiamo contatti con Radio Moscow, stiamo cercando di creare quanti più agganci possibili, per far uscire e conoscere la nostra musica all’estero.

CS – Vi auguriamo quindi il meglio ragazzi.

E con questo salutiamo i The Wires, band piena di talento ed estro, forse un po’ disillusa ma pronta a rischiare per far conoscere la propria musica.

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