Live report: Roma Folk Fest @ Lanificio 159

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Roma Folk Fest locandinaParte in grande stile il Roma Folk Fest, protagonista sin dalla sua prima edizione con una serata di alto livello al Lanificio. Nove esibizioni, che partono alle diciannove per proseguire fino a notte inoltrata. Il profilo organizzativo è altissimo – verrebbe da dire una mosca bianca nel calendario dei live romani, ma raramente il Lanificio ha deluso da questo punto di vista. Aiuta molto la presenza di Radio Rock, che nella persona di Valerio Mirabella conduce e regge le fila degli show: riuscire a infilare in cambi palco (fortunatamente) rapidi interviste interessanti non è da tutti – e anche la selezione musicale proposta negli intermezzi, per quanto a tratti palesemente fuori tema, contribuisce al buon andamento.

Alessio BondíApre il vincitore del contest nato con il Roma Folk Festival per premiare realtà emergenti; ed è l’unica eccezione ad una serata romanocentrica, Alessio Bondì da Palermo (trapiantato comunque nella capitale). Senza che ciò sia negativo nei confronti del Bondì, la sua vittoria nelle selezioni è apparsa per certi versi sorprendente – tra gli avversari figurava anche Robespierre Revolutionary Party, che si è in qualche modo rifatto suonando la stessa sera al Monty Freak Festival. Se però c’erano dubbi, Alessio Bondì li ha fugati. Il suo mix di pezzi in inglese e in siciliano ha una musicalità unica, al netto di certe ingenuità (l’armonica è veramente stucchevole, i falsetti da contenere) che comunque si sommano alle cose buone (ovvero il senso armonico delle parole) per creare un cantautore in erba ma con un suo fascino.

Emilio Stella è il più romano degli artisti di stasera: come lo vogliamo chiamare, neostornellatore? Questo incrocio tra Trilussa e Rino Gaetano si presenta con canzoni veraci ma soprattutto “vere” – autentiche di realtà cittadine, di tutta quella vita che c’è attorno a Roma. Ma c’è davvero? Talmente intriganti cadenza e linguaggio di Stella che questi piccoli dipinti neorealisti sembrano quasi favoleggiati. Funzionano meglio le note ironiche e grottesche che non la (romanissima) malinconia, e non tutto il set proposto mantiene alto il livello dell’attenzione.

Dola J. Chaplin 2Capire il salto mentale che ci porta al bluesaccio di Dola J. Chaplin non è mica semplice, e il collegamento rimane tuttora un po’ sospeso per aria. Non che ci dispiaccia sentirlo, anche se la sensazione è quella di una vera scossa elettrica. Penalizzato dal sound, che invece è uno dei grossi punti di forza del disco d’esordio, lo splendido To the Tremendous Road. Al Roma Folk Fest Dola J Chaplin non funziona, purtroppo: non perché suoni male (figuriamoci) o perché le canzoni non piacciano (impossibile). Ma perché, vuoi per il salto di decibel e di genere, vuoi per il mood della serata fino a quel momento, non si riesce ad entrare nel fluire dei suoi pezzi. Più facile, paradossalmente, per uno come lui una serata da headliner che non una ventina di minuti incastrati tra un cantautore ed un altro.

I Mamavegas vengono e decidono di suonarsi addosso: scelta veramente discutibile, che penalizza una proposta già di per sé artificiosetta e con un lieve eccesso di puzza sotto al naso. In una serata in cui chiunque si sieda ai microfoni di Radio Rock non fa che dire che la musica folk è fatta dal popolo per il popolo, l’effetto è quello di Bin Laden a una cena di neocon. Ma che, i pezzi sono brutti? No, ma non è questo il punto. Nel Roma Folk Fest l’idea è che cadano le barriere tra pubblico e artisti, per vedere cosa si prova ad avere una scena. Se quando si sale sul palco si ergono (superflue) barriere espressive, il gioco a cosa è servito?

Centrano il bersaglio, invece, i Mammooth, che non per niente si sdoppiano da qualche anno lavorando per colonne sonore: il senso cinematografico dei loro pezzi, anche spogliati di ogni componente che non sia acustica, pervade lo spazio del Lanificio, donando alla musica un’ariosità piacevolissima. L’altro lato della medaglia è che viene un po’ meno l’idea di incontro spontaneo di suoni e generi alla base della musica dei Mammooth – i pezzi di Back in Gum Palace perdono qualcosina qui e qualcosina lì, che sia un po’ di energia (What a Mess) o di liquidità (Good News, comunque ben riuscita). Presentato anche un inedito, che lascia – come prevedibile – sperar bene per l’atteso (e più volte rimandato) Joy in Heaven for Every Sinner, se Dio vuole in uscita nel 2013.

Mammooth band 2“Ti piace Leo Pari?” è una domanda alla quale non riesco a rispondere da anni. Sì, no, boh, a volte, però, ma in fondo. In una serata così, in cui si presenta quasi “nudo”, emerge vivissima la sua essenza di cantautore propriamente inteso. Assolutamente esplosiva l’apertura con Dopo Di Te, ancora più riuscita in questa veste rispetto alla versione presente nel fortunato Rèsina, che già di per sé è una folkizzazione del sound di Leo Pari. Vale un’analisi già fatta: fino a che punto una canzone può essere scorticata dei suoi suoni senza risultare snaturata? Se il pezzo, nel nocciolo, è una piccola gemma di melodia e testo, reggerà in ogni versione. Se non lo è allora si sentirà la differenza. La setlist di Pari è buona, non strabiliante: coinvolge, piace, graffia poco. L’esibizione, comunque, convince anche chi, come me, non sa se essere fan o no.

Riccardo Sinigallia prova a stupirci, buttandola tutta su un’energia quasi rabbiosa che gli si confà solo a tratti – più spesso appaiono forzate le scelte vocali. Molto convincente, invece, la resa strumentale dei pezzi, nata presumibilmente con l’obiettivo di restituire vitalità a composizioni ormai non freschissime. Ecco, questa scelta di Sinigallia – quella di essere un orfano dei Tiromancino anche oggi – da una parte è comprensibilissima (che diavolo, sono le sue canzoni!) ma dall’altra lo castra, perché lo costringe a ricordarci che ce la stava per fare ma alla fine non ce l’ha fatta. Insiste molto sul tema, Sinigallia: e finisce per sparare un po’ a zero sul mondo della musica, aggiungendo un tocco di amaro ad una serata che non ne sentiva fino in fondo il bisogno.

La normalità di Filippo Gatti risulta quasi confortante: è l’autoironia la chiave, che stempera un’altra esibizione dai toni lievemente troppo polemici. Ma Gatti è così a partire dalle canzoni, prendere o lasciare. Certo, fa sorridere la svolta elettrica della serata, se pensiamo che la chitarra elettrica è stata il più grande divider della storia della musica folk; ma non è davvero il caso di essere filologicamente puntuali. L’esibizione di Gatti riscuote un certo successo, ma obiettivamente non è memorabile proprio per quanto detto prima: normalità. Nel senso che, com’è noto, Filippo Gatti non è brillante, ma si mostra onestamente per quello che è – un cantautore navigato, esperto, solido. Nulla di più e nulla di meno.

Emilio StellaIl progetto Discoverland, infine, fa il botto. L’esibizione al Roma Folk Fest dimostra una volta di più come Roberto Angelini e Pier Cortese siano in piena modalità Calypso Boys: una coppia cioè che funziona come tandem e non come somma di singoli. Entrambi ne escono pienamente rafforzati, artisti veri che traggono una forza ulteriore dal confronto con il pubblico, che per certi versi ne contiene le svisate e li mantiene sui binari di una forma-canzone mai penalizzata dalla voglia di osare. Sono cover? Opinabile: è un sampling del suonato in tempo reale, sinfonia d’amarcord pop per chitarre e iPad. L’effetto atmosferico complessivo è estremamente profondo, qualche melodia si perde per strada ma basta lasciarsi rapire per rendere muta ogni altra sensazione. Chapeau, gran parte della riuscita della serata è loro.

Non c’è dubbio che la prima edizione del Roma Folk Fest sia riuscita, e dirò di più: ha mostrato una maturità impensabile, grazie ad un’organizzazione semplicemente impeccabile (piccoli dettagli: c’era persino un buffet per accompagnare l’aperitivo). Resta qualche dubbio a monte. Sarà folk, quello proposto, oppure non piace più la parola cantautore e si cerca un respiro internazionale che, dischi alla mano, non c’è? Sarà un caso se ci si chiama folk nel periodo di maggior successo revivalista del genere? Attendiamo, comunque, al varco e con ottimismo questa scena che si sforza di darsi una forma – cercando, nel nostro piccolo, come sempre, di dare un contributo sostenendo chi lo merita.

Filippo Festuccia

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