Rome Psych Fest #Day1 @Monk 01/10/16

The Winstons, Tess Parks, Clinic, Levitation Room e tanto ancora per la prima serata psych al Monk.

Il Rome Psych Fest è stato più di un semplice festival, ma una esperienza lunga due giorni di ritmi psichedelici, ambientazioni distorte, spazio e tempo che sfumano i contorni, si tuffano nelle arti visive, nelle armonie e nei delay dei set live di diciotto band, per riemergere in qualche special cocktail dell’ UFO Club di Londra o all’ombra di non so quale alterazione psicotropa di Woodstock.

Sono passate da poco le 21, l’aria è elettrica ed è tempo di accendere  le luci sul palco Lupertola: che il Rome Psych Fest abbia inizio… vi racconteremo tutto!

Il primo palco del Festival è per i the Gluts, una «powerful overloaded psychedelic noise-punk», come loro stessi si definiscono, tutta italiana: una formazione di basso, batteria, voce e chitarra, con all’attivo Warsav (Nasoni Records ) e il loro ultimo singolo “That’s me”…

Attilio: Power trio milanese, che per quanto mi riguarda poteva anche rimanere sui navigli. Non è un caso che gli organizzatori li abbiano fatti suonare per primi, consci del fatto che è abitudine dei romani presentarsi con discreto ritardo alle serate. La loro musica è un “miscuglio” discretamente brutto di diverse band e generi diversi, in particolare Joy Division, Sonic Youth e tutto ciò che è stato prodotto da Mark Lanegan. La bassista, che suona come Peter Hook ma è un po’ la Kim Gordon del gruppo tiene, per tutta la canzone “That’s me”, un giro che è palesemente quello di “Psycho Killer”. Il cantante si limita a sputare ed urlare parole, e complice anche la non perfetta acustica della sala, non si capisce nemmeno che in che lingua siano.

Antonella: Sono partiti con una propulsione incredibile su una delle loro Hit, “Rag Doll” con suoni molto punk e compressi… una bella sveglia per iniziare la serata. Non mi dispiacciono le ambientazioni cupe dei pezzi successivi, peccato fossero la versione triste e mesta di capolavori della new wave e post punk. La voce graffia e un po’ tradisce, mentre l’attitude sul palco è tutt’altro che psych: intrecciando punk e noise al resto non raggiungono un buon risultato… «No-way, non mi hanno convinto» .

Si cambia genere, si cambia registro, si sale notevolmente di qualità e si riparte sul Palco Lupa in attesa di librarci a mezz’aria con i Levitation Room. From L.A. dell’assolata California  sono un vero e proprio inno agli anni ’70 con i loro basettoni, i loro pantaloni a zampa e soprattutto, con la loro musica dai toni sun-dried roots e psych rock.

Attilio: Rock Psichedelico della prima ora, dai Doors ai Pink Floyd di Barret, passando per sonorità più ritmate e ballabili come i Sonics, i Quicksilver Messenger Service e i Beach Boys. Portano in giro il loro ultimo lavoro Ethos, uscito nel marzo 2016. Dal vivo il suono resta parecchio fedele a quello ascoltato su nastro, grazie anche alla qualità dei musicisti e del cantante Julian Porte, davvero bravo a prendere certe note. Degne di nota le esecuzioni di “Minds of your own” e di “Strangers of your town”, dove il timido pubblico del Monk, ancora troppo sobrio, ha iniziare a muovere anca e bacino e scatenarsi.

Antonella: Credo che con loro abbiamo ascoltato i riferimenti più espliciti allo psych fino ora: uno stile tra Tame Impala, accenni beatlesiani e qualche chitarra più vigorosa rock garage, creando le condizioni ideali per scatenarsi sottopalco. In effetti è l’esibizione più attesa e coinvolgente fino ad ora: la loro “Cosmic Flower” e, in generale la loro performance, è un piacevole ed ironico esempio di musica Sixties, fatto di influenze che vanno dal rock psych, al lo-fi, al rock garage, tanto tanto sudore, spiagge al tramonto e onde. Buona performance, attitudine coinvolgente e ottima esecuzione per questi ragazzi vintage-californiani.

Una capsula del tempo esplode sul Palco Lupertola: sono i the Winstons che del rock progressive/psych trasudano l’essenza in loro ogni singola nota. I tre fratelli Winston celano le identità di musicisti ben noti alla scena alt rock italiana, ma stasera siamo a Canterbury a cavallo tra il 1965 e il 1972 e sul palco del Rome Pych Fest abbiamo Rob, Enro e Linnon.

Antonella: Un tuffo al cuore e un salto nel Passato istantaneo. Le caratteristiche del power trio sul palco sono inconfondibili perché strumenti originali, voci ed attitudine parlano inequivocabilmente lo stesso linguaggio: siamo davanti alle radici del rock prog e psych alla maniera dei Gong e dei Soft Machine. I tre fratelli racchiudono in poco più di quaranta minuti tutte le molteplici sfaccettature del genere, dagli echi beatlesiani di “Play with the Rebel” con voce e linee ritmiche di Rob, o la dark psych “On a dark cloud”  cantata da Linnon, o il fascino del viaggio e del lontano con gli echi nipponici di “Dipotrodon” cantato da Enro e scritto con la collaborazione di Gun Kawamura, artista presente al festival con una esposizione dei suoi “Nudisti Timidi”, (copertina dell’album dei the Winstons). La sintonia è totale, il pubblico apprezza e la performance è altamente evocativa: in pochi minuti si è trasportati indietro nel tempo alla “Golden Age” del progressive: “Nicotine Freak”, il loro primo singolo, chiude la performance che devo ammettere ha risentito di qualche piccolo inconveniente mancando per poco la perfezione.

Attilio: King Crimson, Pink Floyd, Beatles, Jethro Tull, Le Orme, La PFM, Gli Area, ecc. Tutto il repertorio prog rock e psichedelico italiano e britannico concentrati in un unico Power trio.
Suoni e sonorità spaziali spaziano attraverso l’estro dei tre talentuosi musicisti, abili nei loro, quanto in altri strumenti (quella del “polistrumentista” sarà una costante di tutto il festival); Dell’Era si alterna tra basso, tastiere e tamburo (tanto bello quanto inutile), mentre Lino Gitto dietro le pelli si cimenta coi sintetizzatori, e sia nel look che nel modo di suonare ricorda terribilmente John “Bonzo” Bonham; chi però, è la vera anima del gruppo è il tastierista, Enrico Gabrielli, noto anche come Der Maurer (Calibro 35); è lui a, passatemi il termine, reggere fondamentalmente “la baracca”, nel senso che pone un vero e proprio distacco tra sé e gli altri componenti della band, nonché tra sé stesso e il pubblico, sviscerando suoni e sonorità di un tempo e di una musica ormai perduti. E quando ci regala l’assolo di sassofono…

Attilio: Abbiamo già visto Tess Parks al Siren 2016 la scorsa estate (Link,) e, come a Vasto, si presenta live voce e chitarra, senza effetti, senza band e alcun merchandising. Si ricorda di me, ha ancora l’adesivo Cheap Sound sulla sua valigia, mi ringrazia e mi dice «You’re so sweet» … Penso che mi tatuerò queste parole.

Da sola sa tenere perfettamente il palco e a bada il pubblico; suona quasi tutto il suo miglior repertorio: “Cocaine cat”, “Life is but a dream” e “This time next year”, le più belle. Pochi accordi, sguardo nel vuoto, un sorriso abbozzato.  Il suo scarno live set non permette propriamente un sound psichedelico, eppure consiglio di ascoltare gli album arrangiati e suonati con un certo Anton Newcombe, non l’ultimo arrivato insomma, che l’ha praticamente lanciata, vedendo in lei quello che effettivamente c’è: tanto talento.

La voce e la musica della canadese Tess Parks ci fanno sentire così piccoli ed insignificanti. Però, quando tra una canzone e l’altra, cerca di conquistare il suo pubblico provando a pronunciare piccole frasi e carinerie in un italiano stentato (tra le altre, «Tua madre piscia in piedi») ci ricorda che anche lei è “umana”, anche lei è una ragazza di 24 anni, che per quaranta minuti di concerto è su un palco al di sopra di noi di mezzo metro, ma grazie alla sua splendida voce, si eleva di almeno venti anni luce.

Si dilegua il fumo dei the Winstons ed appaiono sul Palco Lupa i Big Mountain County, formazione tutta italiana per uno psychedelic rock tra blues, folk e garage, con all’attivo un full-length Breaking Sound (Gas record, 2015) e un EP dai suoni molto molto rock.

Antonella: I Big Mountain County possiedono letteralmente il palco in termini fisici e musicali: sono dinamici, coinvolgenti, sfoderano un’ attitude da rock star e dimostrano buone capacità musicali e vocali. Il loro sound è equilibrato e dinamico: le influenze corrono attraverso i decenni dai Beatles passando per i più cupi Velvet Underground, fino ai Tame Impala e i Kula Shaker: il risultato un suono eterogeneo che conquista e fa ballare. A metà del set l’esaltazione è totale: saltano le inibizioni e pure le camice, vocalizzi alla Morrison, sudore e fan urlanti accompagnano “1945”, uno dei loro primi pezzi dai connotati molto più rock, per arrivare ad uno dei miei pezzi preferiti, “What do you think”, che si apre come ballatona rock- blues e poi vira verso ambientazioni più psych. Secondo me con questo set hanno guadagnato un gradino del  podio della serata. Ma non voglio svelare ancora molto.

Giusto il tempo di cambiare sala e si torna di corsa al palco Lupertola, dove quattro ragazzoni vestiti da paramedici con mascherine e camici verdi stanno “collaudando” la strumentazione. Vengono da Liverpool e dicono di chiamarsi The Clinic, che sia un presagio di qualche insana follia nascosta nella loro musica?

Attilio: Innovativi, nella musica e nel vestiario, con il quale richiamano il loro nome, sono tutti polistrumentisti e si alternano e avvicendano ai vari e più disparati strumenti (non vedevo una diamonica dalle medie). Chi mi ha colpito di più è stato sicuramente il bassista: autore e compositore della maggior parte dei pezzi, cantante e soprattutto creatore di incredibili linee di basso, Brian Campbell, l’unico a rimanere sempre al suo posto e non cambiare mai strumento; imposta il groove dell’intera band e detta tutti i tempi, come il miglior Pirlo del Milan di Ancelotti. Istrionici, divertenti, suonano una musica del tutto particolare e poco affine forse al trend del festival, a tratti è possibile scorgere sonorità industrial, anche se la linea generale è quella dell’alt/post rock.

Antonella: Son d’accordo con te! Ottima qualità, ma per me sonorità troppo industrial e fuori contesto, avrei chiuso la prima serata dello Psych Fest con i Big Mountain County, senza nulla togliere alle grandi doti e qualità dei Clinic.

Serata ricca dunque al Rome Psych Fest: non potevano deluderci dopo l’altissimo livello che abbiamo riscontrato nelle due serate anticipatrici con il Warm Up di settembre e la Preview di maggio! (se ve le foste perse vi facciamo un riassunto qui ai nostri link). Esigenti dunque noi, ed esigente anche il pubblico che stasera ha assistito agli show: se ad inizio serata erano poco numerosi, gli amanti dello psych sono arrivati in massa per ascoltare i Levitation Room, per rimanere fino all’ultima nota dei fantastici Clinic. Facce attente orecchie tese, nemmeno fosse il più importante dei sermoni, ma le coscienze sono state ugualmente scosse: più di 4 ore di ottima musica al Monk, uno dei club più frequentati di Roma in una serata di inizio autunno: solo la pioggia improvvisa è riuscita a decretare la fine della serata affrettando i saluti e il commiato dal primo appuntamento col Rome Psych Fest.

Prima però di salutarvi, e svelare la nostra personale top 3 della serata, siamo riusciti a rubare il punto di vista di qualche amico presente: gli Astral Week, formazione romana che della psychedelia fa buon uso nella propria musica fa un podio tutto made in Italy: vetta ai  Big Mountain County, seguiti da the Winstons, e The Gluts. Nael, al secolo Manuela Simonetti di Radio Città Aperta, compone il suo podio con un primo posto ai  The Winstons , seguiti da Clinic e Tess Parks, mentre la nostra Elisa Scapicchio, Miss Obiettivo Cheap Sound, compone la sua tripletta di Tess Parks, Orange 8 e primi i Levitation Room.

Veniamo a noi: Attilio totalmente stregato da un primo posto a Tess Parks, e se son rose fioriranno…. a seguire i Levitation Room e i The WinstonsAntonella conferisce il suo podio aureo ai The Winstons perché davvero pochi come loro, argento ai Big Mountain County e gradino più basso ai Levitation Room. Sembra che lo psych made in Italy stasera si sia difeso bene sul palco del Monk, voi che idea vi siete fatti?

Per stasera è tutto, ma domani si accendono le luci sul Rome Psyche Fest…Non perdetevi il report della seconda serata!

 

Di Attilio Giuliani & Antonella Ragnoli

Foto di Elisa Scapicchio

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