Fight.Noize | HUMBLE. & altre lezioni dal 2017

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Le classifiche di fine anno sono scontate, quindi, per combattere il rumore fino in fondo, ho deciso di parlare delle lezioni imparate durante l’anno: dall’umiltà di Kendrick Lamar, a quella (e altre qualità) di cui avrò bisogno personalmente, per raggiungere gli obiettivi prefissatomi.

La musica mi ha salvato la vita, ed ogni giorno continua ad impartirmi lezioni che vorrei poter condividere con il resto del mondo – e fondamentalmente è quello che provo a fare con Fight.Noize. Seguono, in ordine sparso, gli album e le band che nel 2017 hanno cambiato, in maniera più o meno profonda, la direzione della strada da me intrapresa (privata e professionale).

Willie Peyote, Educazione Sabauda:

Da vero anti-conformista, parto con un album uscito nel 2016. In tema di lezioni, però, questo disco ne impartisce parecchie, più di Sindrome: dal razzismo alla precarietà, niente sfugge a Peyote, neanche se stesso.

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John Canoe, Wavetraps:

Un giorno cammineremo per strade fatte di synth illuminate al neon. Per adesso, viviamo ancora nella ‘City of Who’ dei Canoe, fatta di garage e distorsioni.

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Mòn, Zama:

È strano pensare come questo disco mi abbia cambiato la vita più di Led Zeppelin II. Si esula dalle qualità prettamente artistico/musicali, quindi preferisco non aggiungere altro. Rimane una delle cose più belle sentite nel 2017, e lo rimarrà anche nel 2018.

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Joe VictorNight Mistakes:

Non sono un fan del genere disco, folk o geniale che sia. Questo disco non è sulla lista perchè mi piace (e comunque penso sia un prodotto artistico di livello altissimo), è qui perchè questa band mi ha insegnato che il rock ‘n roll – inteso come ideale – forse nel nostro paese esiste. Joe Victor è un sogno (d’amore di mezz’estate) di cui il panorama italiano ha bisogno.

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Kendrick LamarHUMBLE.:

Umile. Eh, hehe. Di umile quest’album non ha quasi nulla, anzi, è l’attitude di Lamar, il suo essere visionario, che ha permesso a DAMN. di diventare uno dei migliori dischi dell’anno, e uno dei migliori dischi rap di sempre. Il rock ha smesso di combattere il rumore da tempo. Ancora una volta, è la musica nera a ricordarci che le rivoluzioni non possono nascere dal silenzio.

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MoblonT.I.N.A.:

“Adesso indossano tutti jeans stretti e stivaletti, ma io vorrei vedere della personalità, magari un frontman con dei problemi di droga… insomma qualcuno che mi ricordi che il rock è ancora vivo.”

Così Noel Gallagher sui problemi della musica nel panorama internazionale. Non oso immaginare cosa avrebbe da dire sui musicisti, per lo più anemici, che occupano i palchi disseminati nel nostro paese. Non so se Giulia Laurenzi abbia problemi di droga, ma se mai ne avessi l’occasione, consiglierei all’ex Oasis un concerto dei Moblon. Il rock, come idea, in Italia non è mai nato, ma da T.I.N.A. è sicuramente partita una scintilla.

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Tame ImpalaCurrents B-sides:

Al primo ascolto di un brano dei Tame, pensai che John Lennon fosse risorto. Purtroppo un live di Lennon rimane un utopia, ma Kevin Parker (il genio dietro la musica dei Tame Impala) è comunque entrato nell’Olimpo della musica moderna. Cosi come per Oracular Spectacular degli MGMT, esiste un sound pre, e post, Tame Impala, specialmente dopo l’uscita di Currents. Nel 2017 sono usciti i b-sides di questo disco, e (purtroppo) risultano essere un prodotto migliore del 70% della musica ascoltata nel nostro paese (e non). Invece di copiare Calcutta, provate a farlo da qui.

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The War on DrugsA Deeper Understanding:

Avrei voluto inserire Slave Ambient (uscito nel 2012) ma essere anti-conformisti va bene fino ad un certo punto, poi diventa stucchevole. Questo è un ottimo album, usando le parole di Giovanni Ansaldo, collega stimato: “un disco in grado di illuderci sul fatto che il rock abbia ancora qualcosa da dire”. Un perfetto mix di Springsteen, Dylan ed altri colossi della cultura popolare americana, ma fu Slave Ambient a segnare la carriera di Adam Granduciel & co., così come le mie certezza sullo stato della musica.

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C’è solo una cosa sulla quale non accetto lezioni (quasi) da nessuno: Fight.Noize.

Questo è stato un anno importante. Prima la possibilità di pubblicare qui su Cheap Sound, poi l’occasione di trasformare la rubrica in un programma su Radio Kaos Italy. Per me un successo, per altri una sfida lasciata a metà. Perdere la scommessa in radio è un rischio calcolato, ma state certi che F.N non morirà, almeno fino a quando potrò dire la mia. Perchè questa non è solo una rubrica o lo sfogo di un ragazzino davanti a un microfono – è un’ideale, il mio, trovato e plasmato negli anni, ispirato dalla musica e dalle inchieste di mia madre (una giornalista, di quelle serie). Lentamente ho capito come le persone a produrre più rumore siano quelle che non credono in nulla, perchè non hanno nulla da dire.

Sono alla soglia dei 27. Superati quelli (noto anche come il più grande ostacolo nella storia del rock), penso di poter dire con certezza come io e Fight.Noize siamo qui per restare.

 

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