BetterCallBelli #19 | Vivere o Morire (?)

Dopo tutto quello che abbiamo passato – in senso buono – qui su Cheap Sound dopo l’uscita de La Fine Dei Vent’Anni, mi sembrava doveroso scrivere due righe – forse saranno un pò di più – sul secondo lavoro di Francesco Motta: Vivere o Morire.

Livello aspettative: molto alto. Giustamente. Senza soffermarci ulteriormente su La Fine Dei Vent’Anni (qui trovate qualcosa…) ribadiamo ancora quanto sia stato importante il disco per scena musicale italiana alternativa. Conclusa la significativa avventura con i Criminal Jokers, il musicista pisano rinasce solista, affermandosi in maniera netta, presentando uno stile dai tratti e caratteristiche ben marcate: un cantautorato viscerale, un’anima folk, una versatilità e maturità compositiva unica e preziosa. Un personaggio fuori dal coro dell’attuale scena cantautoriale tricolore. Impossibile non fare richiami, paragoni e collegamenti tra l’opera prima e il nuovo Vivere O Morire, ma invece di cedere al solito e sterile “meglio questo” o “meglio quello prima”, credo sia più utile vedere gli elementi di continuità e le differenze tra i dischi in questione.

“Di cambiare accordi non me ne frega niente.”

“Se cambio note questa volta è diverso.”

Una della ragioni per cui apprezzo particolarmente il lavoro di Motta è l’autenticità. Lo trovo sincero e spontaneo: molti momenti saranno romanzati o abbelliti, eppure le parole arrivano sempre al centro del bersaglio. Vivere O Morire è sintesi e riflessione su tutto ciò che è avvenuto dall’esordio in poi, il fare i conti con il successo e i cambiamenti privati. Sulla copertina troviamo sempre quel volto, come a voler ribadire: “Il protagonista sono sempre io, sono ancora pronto ad espormi e mettermi in gioco.” Con piccole variazioni: se nella precedente cover lo scatto era in bianco e nero, netto e immobile, qui è un rosso acceso a dominare, striato da un accenno di movimento.

Riguardo Vivere O Morire sento spesso la solita critica: “Troppo uguale al primo!” A tale affermazione rispondo: “Se è bello come il primo, che problema c’è?” Dove sta’ scritto che un’artista deve sconvolgere se stesso e la propria musica ad ogni disco, soprattutto se parliamo del “fatidico secondo lavoro” capace di far impazzire molti nomi illustri della storia del rock? Gli Smiths hanno fatto sempre la stessa musica (divina) senza spostare i loro schemi di un passo, tra Murmur e Reckoning c’è solo un pò più di allegria, ma la pasta (sopraffina) è quella; se pensiamo all’ambito cantautoriale, Bill Callahan non si muove di un passo da quando ha salutato Smog e non c’è suo disco che non sia pregevole. Così, giusto per fare qualche nome. Siamo solo al secondo disco: c’è tempo per eventuali sconvolgimenti.

Motta sceglie di perfezionare e affilare le armi, affidandosi alla produzione di Taketo Gohara, recentemente apprezzato in Fidatevi dei Ministri. Nonostante l’approdo ad una major e il cambio in cabina di regia, i punti di forza rimangono: i giri di accordi ipnotici, le percussioni insistenti oramai marchio di fabbrica e trovo molto azzeccato il paragone che fa Federico Piccioni su Ondarock citando su quest’aspetto il lavoro dei Tinariwen. 

Il primo singolo “Ed è quasi come essere felice” è uno dei brani più belli. Il crescendo e la successiva esplosione sonora mostrano un Motta estremamente ispirato e calibrato, con l’inedito sottostrato elettronico e il solito efficace lavoro su ritornelli capaci di conficcartisi in testa dopo il primo ascolto. Non ha perso un goccio di intensità, il buon Francesco e lo dimostra nella successiva “Quello che siamo diventati” e soprattutto la title-track “Vivere o morire”. Due confessioni, due dolorose, sentite ed emozionanti autoanalisi in musica. Manca l’inno pop à-la “Sei bella davvero” e non c’è l’esigenza di fare qualcosa che lasci il segno, un punto di non ritorno (più per se stesso, che per gli altri) come ne La Fine dei Vent’anni: siamo comunque davanti un altro lavoro estremamente sentito e valido. C’è sempre l’Amore, Livorno, Roma, i suoi genitori (la struggente “Mi parli di te”) e i soliti demoni.

Personalmente ho trovato molto interessante ai fini del nostro discorso l’intervista fatta da Carolina Crescentini al Nostro su Rolling Stone. Qui trovate alcuni scampoli di risposta molto illuminanti per la “decriptazione” del disco e tutto ciò che aleggia e vive attorno ad esso:

“C’è da dire che in questo anno mi sono successe tante cose ed è stato importantissimo quello che ho provato quando mi sono fermato. Sono stato a Livorno a casa dei miei genitori per tre settimane, in silenzio.”

“L’ultimo concerto all’Alcatraz è piaciuto a tutti tranne che a me. Non avevo gli strumenti per gestire quella botta emozionale. Ora mi sento diverso, sia come uomo che come professionista. Ora sono pronto.”

“La mia produzione del secondo disco è non produrti il secondo disco”. (Riccardo Sinigallia)

Forse quel Motta è affascinato dal pop, perché è il genere più difficile di tutti, ma diciamolo ancora a voce bassa.”

“Mi sono quasi messo a piangere su tutte le canzoni che ho scritto per poi piangere mentre le ascoltavo.”

Tornando a noi, Vivere o Morire è il nuovo viaggio tra la musica e la vita di Francesco Motta: ad un ascolto accurato, vi sarà facile capire che scelta è stata fatta. Con questo disco l’autore si conferma come una delle voci più importanti del cantautorato indie italiano, superiore a tutti per qualità, originalità e spessore. Ascoltando e traslando gli interrogativi di “Chissà dove sarai” sul futuro e la carriera di Motta, ci consoliamo con le risposte di questo roseo presente.

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