SeTelefonando…I Chiacchierata con gli Amarcord per “Vittoria”

Questa rubrica si propone di conoscere gli artisti esclusivamente attraverso le loro parole. Niente abiti, niente gesti, niente disagi corporei. Soltanto due (o più) interlocutori che, attraverso un telefono, si danno la possibilità di parlare senza avere a che fare con l’impatto visivo che a volte può condizionare.

“Allora intanto vi spiego cos’è che mi interesserebbe realmente fare con questa recensione. Per deformazione universitaria sono sempre portata a concentrarmi sulle parole. Vi ho contattato perchè ho sentito i vostri testi e mi piacciono quindi vorrei parlare soprattutto di quelli. Bene. Iniziamo …  Ah! Scusatemi, non vi ho chiesto se siete d’accordo. Siete d’accordo?”

La mia conversazione con gli Amarcord , gruppo musicale di Firenze composto da Francesco Mucè, Marco Ventrice, Giovanni Mazzanti, Riccando Romei e Gabriele burroni, inizia così.

Tutto però ha veramente inizio una mattina di Febbraio quando ascoltando gli ultimi album in uscita dei vari gruppi “emergenti” inciampo per caso (e per fortuna) in Vittoria, album d’esordio degli Amarcord.

Le parole mi piacciono subito (cosa per me necessaria per potermi concentrare realmente su un gruppo) e capisco, in qualche modo, che in realtà non vogliono realmente dire quello che dicono ma che c’è dietro qualcos’altro. Un messaggio.

Li contatto, mi contattano, li chiamo, mi chiamano. Così, Venerdì 19 Febbraio io, Francesco Mucè (tastiere e voce) e Marco Ventrice (chitarra) autori dei testi, facciamo una lunga chiacchierata telefonica. La sensazione è quella di parlare in un bicchiere collegato ad un filo sconfinante dall’altra parte della strada vista la minima distanza. Con gli Amarcord si parla tranquillamente di tutto e senza filtri tant’è che alla fine io gli dico: “Va bene dai basta così, credo di avere tutto e anche troppo per scrivere questa recensione” e Francesco mi risponde : “Non ci tiriamo mai indietro noi”.

Partiamo dall’inizio.

Alla mia richiesta di una concentrazione più netta sui testi rispetto alla musica loro rispondono entusiasti e anche un po’ stupiti. Parlare dei testi per loro è molto importante soprattutto perché sono frutto di un lungo lavoro iniziato 10 anni fa. Marco ha  composto alcuni brani di Vittoria tra i 16 anni e i 18 (ora ne ha 24). Tra queste  c’è “Psicosi”, vincitrice n3l 2015 del premio “Ernesto De Pascale” del 27° Rock Contest, per aver saputo coniugare al meglio il testo cantato in italiano e la musica. Chiacchierando con loro capisco subito una cosa: vogliono sopra ogni altra cosa che le loro canzoni siano prima di tutto cantabili e che il testo in italiano sia percepibile da chiunque. A questo punto mi parlano della “forma canzone tradizionale” e del perché del loro nome: Amarcord è una parola che richiama il passato ponendo l’attenzione sul ricordo nostalgico (come non citare il grande film del 1973 Amarcord  in cui il “maestro” Fellini ricorda attraverso gli occhi del suo alter ego il proprio paese, la giovinezza, amici e tutte le figure che gli giravano attorno, con nostalgia, appunto).

Gli Amarcord rimpiangono del passato soprattutto la qualità della canzone tradizionale, nazional popolare, in cui si dicevano delle cose grandi e serie in una forma molto cantabile. Il loro non è una spirito retrò (“Modugno c’è già stato”) ma più che altro una propensione al rinnovamento: prendere la forma della canzone tradizionale e renderla attuale, anche pop. Il nome (oltre ad essere molto orecchiabile), quindi, ci parla del ricordo ed ha un forte valore vocativo. Ascoltando l’album mi concentro su ogni singolo pezzo e separo i microrganismi. Ognuno di questi mi parla di cose diverse, divise, slegate. E sbaglio. Sbaglio perché in realtà c’è un elemento di fondo che incatena i pezzi uno all’altro rendendo Vittoria un unico grande testo. Questo però lo comprendo soltanto dopo averglielo chiesto: “Qual è il macrotema che sta alla base di “Vittoria?”

“L’esigenza di contatto”

Questa necessità ha portato gli Amarcord a creare un collettivo chiamato Fiore sul vulcano.

A molti questo nome non dirà un bel niente e invece vuol dire tutto.

Vuol dire “La ginestra” di Leopardi e quindi, fratellanza.

L’obiettivo del Fiore è quello di condividere insieme agli altri gruppi fiorentini un luogo e dar vita a collaborazioni innovative in modo da rendere meno netta la divisione che sussiste tra le varie entità musicali .

Il bisogno di condivisione è quello che spinge gli Amarcord a fare buona musica ma li rende, allo stesso tempo, consapevoli di una mancanza. Sanno che quello che vorrebbero in realtà non c’è. Chiedono e denunciano e lo fanno principalmente (a mio avviso) con tre dei loro brani.

Partendo da “Tutti fermi” in cui ci parlano del desiderio di vicinanza e della proposta di una volontà positiva e non violenta.

«Siamo quello che non ti aspetti. Combattenti, non violenti»

cA volte vorremmo unirci le anime per essere pare di organismi complessi»

Poi arriva “Il vostro gioco”, il brano più nero a detta di Marco e Francesco.

Il testo, è vero, è scuro e può sembrare disilluso e pessimista ma in realtà è bilanciato da una musica di fondo molto ampia.

“Se chiedessi a Giovanni che cosa ne pensa di questo pezzo ti direbbe che è una delle tracce più positive” dice Francesco.

Giovanni è un po’ la mente musicale del gruppo. Laureato al conservatorio di musica elettronica si occupa, con gli Amarcord, di chitarra, synth e programmazioni.

È a lui, quindi, che si deve quest’ampiezza, questo bilanciamento in positivo del pezzo.

[youtube]https://www.youtube.com/watch?v=zzY6tCCsyAs[/youtube]

Infine c’è “Strani giorni”.

Questa è l’ultima traccia di cui mi parlano gli Amarcord ed infondo è un po’ come se fosse il finale che loro stessi scrivono a malincuore al loro libro Vittoria. La già citata esigenza di contatto porta le persone a ricercare continuamente un gruppo, a tendere la mano all’esterno nella speranza di potersi sentire meno soli. Fuori niente è intorno a noi (Francesco mi cita il famoso cartellone pubblicitario che tanto ha illuso noi spettatori) e tendiamo a chiuderci nell’unico microcosmo possibile: la coppia.

Fuori, non c’è niente e dentro, in due, a poco a poco si soffoca.

 

«Sopra i nostri fianchi disfatti

se il soffitto crolla

anche il cielo affonda

con noi»

 

La mia chiacchierata con gli Amarcord finisce con tanti “in bocca al lupo”.

Io ne faccio uno a loro, per il release party del CD del 20 Febbraio (di cui abbiamo testimonianza fotografica)

Loro ne fanno uno a me nella speranza che riesca davvero a far capire che i testi (e le parole) possano ancora cambiare le cose.

Gli amarcord sanno vestirsi di parole piene e dignitose e gli auguro di sfilare in tutte le più grandi passerelle. Intanto noi li aspettiamo a Roma il 28 Aprile (B-Folk) e chissà che non ci passino a salutare a Spaghetti che poi, in fondo, è un po’ il nostro Fiore sul vulcano.

 

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