SeTelefonando…I L’eleganza delle parole semplici: La Fine Dei Vent’Anni di Motta

Questa rubrica si propone di conoscere gli artisti esclusivamente attraverso le loro parole. Niente abiti, niente gesti, niente disagi corporei. Soltanto due (o più) interlocutori che, attraverso un telefono, si danno la possibilità di parlare senza avere a che fare con l’impatto visivo che a volte può condizionare. Tocca a Motta!

Ci sono momenti in cui ti rendi conto che stai sbagliando qualcosa. Quando per esempio fai la lavatrice il giorno che diluvia incessantemente oppure quando prepari un’intervista con venti domande e poi ne riesci a fare soltanto tre. A quel punto inizi a chiederti: “Forse avrei dovuto fare delle domande diverse?” e pensi “Magari  adesso gli mando un’email con le domande che non sono riuscita a fare a prima”. Poi, però, passato il momento iniziale di insicurezza e preoccupazione, vai a rileggere le risposte che hai avuto a quelle poche domande e tutto acquista un nuovo senso. Martedì 26 Aprile, alle 16, ho avuto la fortuna di chiacchierare un po’ Francesco Motta ed ho realizzato che a volte si da troppo peso alla quantità delle parole piuttosto che alla qualità. Di parole, questa rubrica, ne fa sempre una grande scorpacciata essendo loro le vere protagoniste di SeTelefonando. “Mi occupo di testi e del senso che sta dietro questi” dico sempre a inizio telefonata. Piano piano, però, sto iniziando a capire che mi devo concentrare su alcune e non pretendere di amucchiarle tutte. Francesco è una persona bellissima. Questa è la parola che ha scelto di essere lo scheletro di questa intervista. La parola che lui stesso ha scelto di ripetermi in quella mezz’ora al telefono. Sì, perché per Motta tutto quello che sta succedendo è davvero “bellissimo”.

Non c’è niente in quello che ha fatto e in quello che mi ha detto che può prendere delle sfumature bianche, nere o grigie. Non c’è nessun appiglio al quale posso aggrapparmi per rivelare un’anima tormentata e in lotta con il mondo. Ne La Fine Dei Vent’Anni, primo album da solista di Francesco Motta, non c’è disagio, non ci sono angoli bui da scovare, non ci sono macerie. La fine di quest’età è, per Francesco, un momento “bellissimo”, appunto. Negli ultimi quattro anni sono successe tante cose nella sua vita: il trasferimento a Roma, il corso al centro Sperimentale di composizione per film, la conclusione del progetto musicale con i Criminal Jokers e, sopratutto, l’incontro con Riccardo Sinigallia. Francesco mi parla di lui, oltre che come un grande produttore, come un amico che l’ha cambiato e lo ha aiutato a trovare la sua vera dimensione. Una delle prime domande che gli faccio è se per lui è importante scrivere in italiano i suoi testi. Lui mi risponde :” Io sono italiano” come a dire “in che altra lingua dovrei parlare?”. “È importante che quello che si scrive sia vero. Si scrive se si ha qualcosa da dire”. In questo c’è lo zampino di Sinigallia che tempo fa gli ha consigliato di fare la sua musica e non la musica bella. Per musica bella intendeva quella che guardava all’Inghilterra e all’America, quella che era insomma la prima valigia di Motta. In quella borsa, molti anni fa, Francesco ha pescato le prime ritmiche che sono state l’ossatura dei Criminal Jokers. Oggi che è da solo (anche se ci tiene a sottolineare che non è davvero da solo e che ad accompagnarlo c’è una “favolosa” band) scrivere in inglese gli sembra come “parlare al telefono piuttosto che andare a cena fuori”. Il suo album è la realtà, è la verità che Francesco si è detto e ha deciso di dire a tutti noi e non poteva che rivelarcela con le nostre parole. La Fine Dei Vent’Anni parla completamente di lui, in tutto e per tutto. “Sono la persona che conosco meglio. Dovevo essere sicuro di dire la verità” e l’unico modo per farlo era parlando delle cose che sa e che lo riguardano in prima persona.

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Il primo sbaglio che ho fatto è stato quello di pensare che, parlando l’album di un’età problematica, Motta avesse una visione un po’ pessimistica della realtà contemporanea. Per lui la città, i trent’anni, l’amore sono tutte cose che brillano e che manifestano la propria bellezza in modo semplice. Non esiste un parere negativo nemmeno nello “schifo” di cui parla in “Roma Stasera” nel quale Motta si è ritrovato e che ha traformato in evento positivo. A Roma si è trasferito cinque anni fa per necessità e per piacere. Qui ha studiato composizione per film, qui ha conosciuto Sinigallia e qui è nato il suo album tanto voluto e sudato (al Quirinetta era davvero emozionato e ha detto “Vi ringrazio per essere qui. Ho aspettato questo momento per quattro anni”). Il risultato è stato stupefacente.

La Fine Dei Vent’Anni è semplicemente “bellissimo”. Niente di più, niente di meno. Nell’album vengono affrontate le preoccupazioni e i risvolti della fine di un’età stravissuta ma in nessuna delle sue canzoni, ci tiene a sottolineare Francesco, si parla di malessere. Anche quando ci cita il tempo che passa (elemento presente nella maggior parte delle sue canzoni) nella sua voce non passa nemmeno una vibrazione malinconica e nostalgica. “Mi sono visto indietro e mi intriga emozionarmi per quello che succederà”. Non ci sono tristezze, chiusure, meditazioni sulla vita che se ne va. Francesco è felice di vivere di musica e questa è la cosa che conta di più. Quando ha provato ad immaginare di smettere di suonare ha scritto  “Del tempo che passa la felicità” in cui “l’ inganno” ci parla proprio di questo “cambio di direzione allucinante”.

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La cosa che lo rende cosi sereno, quasi come fosse sospeso in un’altra dimensione, è che lui la musica la sa masticare in una maniera davvero intelligente. Motta è un musicista di talento, polistrumentista e compositore, e ama quello che fa. “Tra dieci anni”, dice sicuro, “farò ancora questo.” Con lui non ho fatto in tempo a parlare realmente di senso dei testi ma ho capito che non sarebbe servito a molto. Francesco Motta è il testo della sua musica e parlare di lui basta per capire il senso di tutto. Al contrario di molti, lui è soddisfatto, felice, positivo (mi ripete che non è assolutamente cinico, anzi). La fine dei suoi vent’anni è un film magico che ha come colonna sonora la sua musica composta vivendo con umiltà, attaccamento alla famiglia, amore e energia. Francesco vince le sue guerre, ogni giorno, amando quello che fa e sa che questo è il modo migliore per combattere contro quelli che un giorno ci taglieranno le mani. (“Ci taglieranno le mani, ci faranno a pezzetti” da “Abbiamo vinto un’altra guerra” ultimo pezzo dell’album) Quando attacco il telefono ho una strana sensazione. Inizio a pensare a tutto il tempo che passiamo a maledirci, a rotolaci nelle lenzuola di nullafacenza. Il tempo che chiamiamo tiranno perché passa troppo velocemente. Il tempo che non ci da il tempo di fare quello che vogliamo. E mi sento una stupida. Francesco Motta mi ha parlato con la voce leggera di chi si è adattato a questo mondo e ha imparato a volergli bene. La voce fuori dal coro di chi sa stare in mezzo allo sporco e riesce a non sporcarsi.

SeTelefonando torna tra un mese e io vi saluto con le parole, la musica e il cuore di questo grande artista di cui sentiremo sicuramente parlare ancora e ancora.

 

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