SeMi di Musica #1| I personaggi dell’anima e le giornate ventose di Emanuele Colandrea

Botanica e Musica, Musica e Botanica.

Ho un rapporto quasi viscerale con le piante, forse da sempre. Anche con la musica è così, sicuramente però più travagliato come tutte le storie d’amore che si rispettino. Da questo legame amoroso è nata l’idea della rubrica : un giardino segreto di Roma,(diverso ogni volta) gli artisti, la mia intervista.

Scelgo il posto in base ad una loro canzone o ai tratti della loro personalità artistica. Alla fine di questa meravigliosa scena bucolica gli regalo i semi di un fiore o di una pianta che più li rappresenta e loro sbocciano. Curo e progetto giardini ma non ho il pollice verde, forse perchè ho veramente poca pazienza.

Questi fiori della musica voglio trattarli bene e vederli crescere sempre di più.

La prima semina avviene con Emanuele Colandrea.

Ho davanti a me una persona semplice e genuina, una di quelle persone che definiresti “di cuore”, ma questo lo avrei già dovuto percepire dall’ascolto delle sue canzoni.

Siamo ai Parioli, solo perché Emanuele ha un appuntamento in zona, altrimenti non so se avrei mai pensato di venire da queste parti; mi ricordano cose belle che però vorrei dimenticare. Già che ci siamo mi sento ispirata e decido di passeggiare con lui scendendo da Piazza Pitagora, imboccando poi Viale Bruno Buozzi. Giro a sinistra per Via delle Tre Madonne e arrivo finalmente a Via dei tre Orologi, il posto scelto per l’intervista.

Non c’è una vera e propria villa o un giardino singolo ma un insieme di bellissime ville, case e giardini nascosti che sembrano per un momento portarci via da Roma. Le case “dei ricchi”, le case belle, le case che mi fanno pensare a stanze pulite e luminose. Gli indico una finestra bianca: “ Lì c’è Claudia, donna distinta,bella e borghese, che si specchia annoiata nel vetro della finestra”. Lui mi guarda e sorride, credo sia perplesso e forse anche spaventato. In realtà, anche se solitamente dico tante cose senza senso, questa lo ha, ed è solo per fargli capire che la scelta del posto non è casuale ma è stata fatta perché mi ha ricordato una scenografia in cui sembrano prendere vita i personaggi del suo racconto, un po’ come i set americani con le case finte , i villaggi o intere città dove girare le scene.

Continuiamo a guardarci intorno e a passeggiare lungo questa via senza uscita, ed è tutto molto bello (tranne la sfilza di macchine parcheggiate intorno) anche se il cielo è grigio ma fa tanto paese di campagna inglese, e un tizio con la telecamera ci segue. E’ il buon Egidio Amendola, professionale come forse pochi esistono ancora, ma soprattutto l’unico uomo che asseconda tutte le mie richieste e follie (artistiche si intende). Ci sediamo su un gradino in mezzo all’edera ed è arrivato il momento di ascoltare la storia di Emanuele.

Nasce nel 1977 ma non si affaccia da subito nella stanza della musica; non era uno di quei bambini che a Natale o durante altre festività saliva sulla sedia di legno e iniziava a cantare davanti ai parenti o uno di quegli adolescenti che al liceo andava il sabato pomeriggio in sala prove per poi esibirsi con la cover band dei Guns N’ Roses o dei Police alla festa di fine anno. Nell’istituto tecnico della provincia in quegli anni girava solo la musica Metal ma non era la fonte massima della sua aspirazione musicale. Così Emanuele cade nel mondo della musica quasi per caso e una volta arrivato lì ha voluto fin da subito parlare con le sue parole, fare la sua musica e non quella degli altri.

Proprio con quella consapevolezza nasce il primo gruppo “I Cappelli a cilindro”. Da sempre per lui la musica rappresenta condivisione, non lo affascinano i nomi ma la musica come compartecipazione e condivisione, nonché il principio su cui fonda il concetto di band. Questo approccio è andato avanti anche con il secondo gruppo, gli Eva Mon Amour dove era sempre lui a comporre ,sia testi che melodie, ma cercava il più possibile di dare al resto dei componenti dei brani grezzi da trattare ognuno con il proprio stile fino ad arrivare ad un risultato finale e di senso compiuto. Gli Eva rappresentavano qualcosa di più rock ‘n roll rispetto alla sua indole , non erano componenti del suo DNA ma è stato proprio questo a farlo crescere e a portarlo a comporre l’album da solista.

In un giorno di vento esce a Marzo 2016: ci sono voluti anni per concepirlo ma solo un mese per realizzarlo. Si tratta di un album-racconto diviso in una parte di sole canzoni e in una in cui quelle stesse canzoni vengono precedute da una narrazione. Lo definisce un progetto intimista che aveva per forza bisogno di un solo componente perché troppe persone sul palco avrebbero distolto l’attenzione dal concetto di interiorità di cui si parla per i protagonisti delle canzoni. Questo legame con la narrativa fa subito pensare ad una connessione con il teatro ma Colandrea mi spiega che non nasce volutamente per essere inserito in un’ambientazione teatrale, quanto più invece per la voglia di toccare alcuni temi piuttosto difficili (es. l’anoressia, l’Alzheimer o il carcere) in maniera favolistica utilizzando personaggi fuori dal tempo. Infatti il racconto è ambientato negli anni ’60, i protagonisti sono grotteschi e sopra le righe: l’Alzheimer non è la malattia di una persona anziana ma si parla semplicemente di un uomo che perde tutti i giorni la memoria. Il tema della ricerca dell’estetica perfetta raggiunta con la chirurgia plastica (come fa Claudia in “Si diverte a calcolare”) è in realtà molto più figlia dei tempi moderni che degli anni ’60.

Tutti i personaggi presenti nell’album sono in qualche modo soggetti esistenti della sua realtà, persone che aveva quotidianamente davanti agli occhi e che voleva far parlare con la musica. Da lì la scelta di abbandonare un tipo di scrittura del passato metaforica e andare verso quella più di tipo descrittiva. Emanuele ama scrivere e capisco che anche lui come me quando decide di dare vita ad una canzone parte principalmente dal narrare un fatto,un avvenimento o un sentimento senza pensare a come suonerebbero quelle parole accompagnate dalle note musicali.

Sono curiosa di sapere se tra questi personaggi c’è anche lui ma si capisce in realtà che è presente un po’ in tutti. Forse quello che lo rappresenta di più è “L’uomo con le rughe” che introduce l’intero album. Il brano è nato proiettando lui stesso nel futuro, immaginandosi da vecchio ed è per questo che è l’unico a non avere un nome proprio a differenza di tutti gli altri.

Colandrea mi porta nella magia e nel disincanto dei testi di Tricarico e Vinicio Capossela, che lui stesso stima molto anche se conosce più Capossela artisticamente e di Tricarico ricorda invece il modo di essere naif a prescindere.

Parla di piante e fiori nei testi, e questa cosa ovviamente mi piace tantissimo ma in realtà la sua è una botanica totalmente inconsapevole (a differenza della volontà di citare i cani invece).

Io che però di botanica me ne intendo e volutamente la inserisco un po’ ovunque, lo saluto, dandogli prima di tutto appuntamento ad Intimate Live at Cohome, format di house concert totalmente lontano da microfoni cavi e amplificatori di ogni tipo e poi i semi di Chamelaucium uncinatum (fiore di cera). E’ la pianta che ho scelto per lui: apparentemente sembra spinosa e pungente ma se vengono strofinate le foglie si sente il profumo di miele e limone ed è come se si trasformasse in qualcos’altro.

Video di Egidio Amendola

 

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *