SeTelefonando…I La Scala Shepard e il rumore delle cose che vivono giorno per giorno

Questa rubrica si propone di conoscere gli artisti esclusivamente attraverso le loro parole. Niente abiti, niente gesti, niente disagi corporei. Soltanto due (o più) interlocutori che, attraverso un telefono, si danno la possibilità di parlare senza avere a che fare con l’impatto visivo che a volte può condizionare. È il turno de La Scala Shepard!

Mi è capitato ultimamente di pensare al Blues. Ho pensato a quegli uomini partiti dai campi che con la chitarra in spalla sono arrivati in città, a quelli che non erano nessuno e che sono stati consumati da una fortuna passeggera, a quelli che hanno avuto “the blue devils” dando a questo genere la fisionomia di una musica triste, malinconica, infelice. Ho pensato a una parte della musica emergente di oggi che ormai riempe i salotti e alla parte di questa che vede la fortuna come il traguardo assoluto passando da essere “emergente” a “ormai sentito e risentito”. Mi sono fatta prendere un po’ da i miei diavoli blu e ho incominciato a fare di tutta l’erba un fascio. Poi, mi sono ricordata il motivo che mi ha spinto a scrivere questa rubrica. Quello che più mi interessa sottolineare concentrandomi sugli artisti emergenti e su i loro testi è la spinta “primordiale”, quella necessità genuina di dire, di esprimere. Quelle cose che ti bruciano in pancia da quando sei adolescente e che, se hai la fortuna di saper suonare uno strumento, puoi trasformare in musica. Non mi interessa, e forse mi inimicherò qualcuno dicendo questo, la musica che ce l’ha già fatta, quella che in qualche modo si è già confermata. Mi interessa chi ancora non sa cosa siano i grandi palchi, i tour, le case discografiche, le uscite in radio. Chi, insomma, è alle prime armi e le carica con le cartucce più vere non ancora modificate dal contesto. Probabilmente se questa rubrica fosse stata scritta all’epoca della nascita del Blues sarebbe stata piena di interviste fatte nei campi, sotto gli alberi, per le strade sporche, nei locali malfamati. Nei posti in cui si urlavano ancora i propri dolori senza la pretesa di un consenso.

Oggi vi parlo de La Scala Shepard (Alberto Laruccia, Claudia Nanni, David Guido Guerriero, Lorenzo “ElleBì” Berretti) e voi mi direte “e che c’entra con tutto questo?”. Non so spiegarlo molto bene con le mie parole quindi proverò a farlo con quelle che sono rimbalzate nella telefonata del 27 maggio alle 13 e 15. Alberto Laruccia e Lorenzo Berretti mi dicono in parte quello che voglio sentirmi dire e in parte no, come è giusto che sia. Mi dicono prima di tutto che loro due sono gli autori dei testi (a cui si aggiunge il batterista David Guido Guerriero per la composizione di alcuni brani) e che ci tenevano ad essere presenti entrambi alla telefonata per poter essere chiari e sinceri. Se devo pensare ad una parola da attribuire a questo gruppo è sicuramente “onestà”. Sono loro stessi a dirmi che se vuoi essere ascoltato, se vuoi essere capito, devi dire la tua verità senza imbellettarla che tanto se dici una bugia se ne accorgono tutti e a quel punto non sei più credibile. Alberto e Lorenzo ci parlano della loro intimità, di quello che li ha toccati personalmente. Mi dicono che alcune delle canzoni dell’album Di Passaggio (uscito ad Agosto del 2015) sono nate durante l’adolescenza (quello che io ritengo il periodo in cui si ha più necessità di scrivere, dopo subentrano altre cose) in quel periodo di insicurezza in cui si sente il bisogno di parlare delle proprie esperienze personali. Lorenzo a 16 anni ha scritto “L’Ospite Inquietante”.

“Se il campo che hai coltivato non frutta, Quando la luna sorge, Che cosa ti resta da fare? Guardare al tuo sogno e sperare, Che non sia tutto un inganno”.  Come dicevo prima, “la necessità genuina di dire”. La Scala Shepard dice delle cose che effettivamente possono sembrare già sentite e provate. A questo punto gli chiedo in che modo ci si può contraddistinguere nel marasma delle cose già dette, dei cantautori già nati. Loro mi dicono semplicemente che bisogna parlare con le proprie parole, che si può “rubare” l’approccio ma non il testo. E hanno ragione, profondamente. C’è stato un tempo in cui il cantautorato ha assunto un ruolo fondamentale nella musica italiana, dopo, come dicono loro, ci si è parlati un po’ addosso e le cose sono cambiate. L’intento di allora, però, si ripresenta anche oggi: parlare di se ne modo più sincero possibile. Il giudice sulla verità è il pubblico, quello che ognuno si merita. Ci sono quelli che vengono pagati per fare cover e che, quindi, interpretano la storia di qualcun altro e quelli che, come La Scala Shepard, ci tengono a raccontare le cose che hanno dentro e anche qualcuna che riguarda l’esterno (“Mare Mostrum” ad esempio che parla dell’immigrazione).  Mi raccontano di quando un fonico gli ha chiesto se poteva mandargli del materiale da ascoltare per descrivermi il tipo di pubblico che vorrebbero: il pubblico che ricambia e scambia. Quando gli chiedo quali sono i punti di riferimento musicali loro oltre a tante altre cose mi dicono una cosa in particolare: “cambiare ogni settimana”. È importante per loro tenersi sempre aggiornati sulla scena musicale contemporanea e ascoltare ogni volta qualcosa di nuovo per potersi nutrire e rigenerare. Lorenzo sente un po’ di Samuele Bersani e un po’ di musica Classica, passando per Charlie Parker. Alberto oltre a condividere con il suo “collega” l’interesse per il progressive italiano e inglese ascolta gli artisti di oggi come Motta e Il Muro del Canto.

Le voci de La Scala Shepard sono Alberto e Claudia. Lei è fantastica, mi sento intanto di dire questo. Poi, ho chiesto ad Alberto e Lorenzo se riadattano i testi dal maschile al femminile per farli cantare a lei e Alberto mi dice che molti pezzi sono in forma di dialogo in cui si alternano lui e Claudia e quindi per lui è un procedimento abbastanza semplice. Lorenzo invece scrive per gli altri e lascia che siano le due voci a interpretare le sue parole. Con il loro primo album Di passaggio si sono fatti conoscere, partendo prima di tutto da Spaghetti Unplugged e poi hanno deciso di non fermarsi più. In progetto c’è un nuovo album Eureka, esemplificativo della scoperta della loro formula vincente sia come formazione (ultimamente ci sono stati vari cambiamenti) che come stile musicale. Il loro progetto a breve termine è un tour estivo che stanno cercando di organizzare con la loro manager Cecilia Colacino. Avevo iniziato questa intervista parlandovi del Blues e dei campi. Voi ora mi direte di nuovo “e che c’entra con tutto questo?. Forse niente. Forse volevo semplicemente citare il mio genere musicale preferito.

In parte, però, tutta quella manfrina lì sono sicura che ha a che fare con la mia preoccupazione per questi nuovi gruppi emergenti e per la loro “scalata al successo”. A La Scala Shepard faccio un’ultima domanda alla quale gli chiedo di rispondermi in modo sincero: “Riuscirete a non montarvi la testa”? Loro mi dicono che ai soldi ci sono sempre stati molto attenti, che da quando hanno iniziato hanno cercato di suonare ovunque per poter rientrare con i costi e che il loro obiettivo è quello di fare un altro album per poter continuare a pescare dal loro pentolone adolescenziale (scherzando mi dicono che effettivamente adesso non stanno scrivendo nulla perché hanno tante cose scritte tempo fa nel cassetto e ogni tanto le tirano fuori). La consapevolezza di dover badare a delle spese li ha sempre mantenuti molto lucidi permettendogli di non farsi troppe illusioni e delusioni. Fanno musica perché ne hanno sentito la necessità e non credono tanto in quella famosa “fortuna”. La musica si vive “alla giornata”, oggi c’è questo e domani magari, o purtroppo, non ci sarà più.

Si sta con chi sopravvive, si seguono le scie e nel frattempo si prova a dire qualcosa. Qualcosa di vero.

 

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