SeTelefonando…I Alessio Bondì e le parole visive.

Questa rubrica si propone di conoscere gli artisti esclusivamente attraverso le loro parole. Niente abiti, niente gesti, niente disagi corporei. Soltanto due (o più) interlocutori che, attraverso un telefono, si danno la possibilità di parlare senza avere a che fare con l’impatto visivo che a volte npuò condizionare. Per questo ultimo appuntamento abbiamo parlato con Alessio Bondì!

Se fai Lettere all’università, e soprattutto se scegli come indirizzo Letteratura e linguistica italiana, ti ritrovi per forza di cose ad imbatterti nello studio dei dialetti italiani. Ricordo che durante il corso di Letteratura italiana il Professore ci parlò della Scuola Siciliana, quella alla quale dobbiamo le prime manifestazioni di quella forma che poi nel Duecento diventò il sistema canonico per eccellenza per fare poesia: il Sonetto. Petrarca infatti userà questo sistema, ponendo l’attenzione sulla praticità e la musicalità che questa forma poetica dimostra.

Oggi, per l’ultimo appuntamento di questa stagione con la rubrica SeTelefonando, ho scelto di parlarvi di Sicilia e poesia e non potevo che farlo con un cantautore che sembra uscito proprio dalla corte di Federico II di Svevia (dove si sviluppò appunto la Scuola Siciliana). Alessio Bondì è di Palermo e canta, scrive e vive in siciliano. L’intervista, però, l’abbiamo fatta in italiano, così tanto per capirci qualcosa.

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Con lui non ho bisogno di girare tanto intorno, sa benissimo che, considerato che i suoi testi sono tutti in dialetto, dovrà spiegare anche a me le sue parole. Gli chiedo subito perché ha deciso di scrivere e cantare in siciliano e lui mi dice che quella è la lingua della sua emotività e della spontaneità (“Se mi pesti un piede ti mando a fare in culo in Siciliano”). Bondì, come molti abitanti della terra del sole, parla poco e si esprime soprattutto per metafore. Per questa ragione è necessaria una spiegazione più approfondita delle sue canzoni e io a questo punto gli chiedo se ritiene positivo questo procedimento. Lui mi risponde una cosa che forse avrebbe potuto dire un professore di linguistica: “Parlare la lingua di quella cultura la riporta in vita”. Capisco subito che questa intervista mi piacerà molto e che forse per la prima volta non ho bisogno di fare tante domande per avere le risposte che voglio. Lo capisco soprattutto quando mi dice che i dialetti parlano per azioni e che le sue sono “parole visive”. Alessio oltre a cantare nella penisola si sposta volentieri fuori dall’Italia e una domanda che mi sorge spontanea è “Scrivere e cantare in siciliano può essere un litime”?. A questo punto entrano in gioco le parole che sanno farsi vedere, quelle alle quali non serve dare un significato. Bondì colma la mancanza di comprensione linguistica con la rappresentazione visiva di quello che scrive e lo fa creando con la musica l’atmosfera, l’ambientazione sonora. Quello che ci vuole raccontare suonando è “l’ovatta che vedi nei sogni”, un mondo sospeso, nascosto, che nemmeno lui sa spiegare. Nella sua testa c’è l’immagine di una spazio nero, una zona poetica che non conosce lingua, un luogo dove ad un certo punto si prende la chitarra in mano e si inizia a suonare. Presupposto necessario per poter creare è che tutto rimanga abbastanza sbiadito tanto che mi dice: “In qualsiasi posto sia ambiatato (il testo) è bene che io non lo veda”.

Quel mondo di cui mi parla Alessio mi ricorda lo spazio che esite tra la letteratura e la vita, la terra di mezzo nella quale i poeti e gli intellettuali hanno conosciuto “qualcosa” che poi hanno provato a spiegare, prima di tutto a loro stessi, scrivendo. Questa intervista mi riporta indietro almeno di 10 anni, quando tra i banchi di scuola ho visto per la prima volta il mio luogo “annebbiato”. In quel posto ci si va senza potersi preparare, ci si va e basta, e quando si ritorna bisogna fare i conti con quello che si è visto. Quando ho ascoltato “In funnu’o mare” (brano con il quale vince, nel 2013, il Premio De Andrè come migliore interprete) ho visto quella terra di mezzo e per questo motivo ho chiesto ad Alessio di provare a spiegarmi qualcosa. A parlare in questa canzone è soprattutto la sua parte inconscia (“Certe volte scrivo in uno stato sognante”) e non solo perché questa è l’unica compagna possibile in mezzo in quel mare ma soprattutto perché tutto nasce da un sogno. Alessio mi descrive la scena onirica, l’immagine angosciosa di qualcuno che gli tiene la testa sott’acqua. Incomincia a nuotare verso il basso quando improvvisamente trova il modo di respirare nel mare e scappa così da quella mano opprimente. Il suo è il racconto di un viaggio alla scoperta delle modalità per sopravvivere nell’irrazionale e per convivere con quel mare che un Siciliano non può che portarsi dietro (e dentro) ovunque va.

Sfardo, album uscito nel 2015, ci parla proprio della ricerca, del viaggio che un uomo intraprende dopo che lo “strappo” (Sfardo in dialetto) gli rivela un mondo secondario. Alessio non sa perché ad un certo punto ha sentito la necessità di raccontare quella vita parallela ma sa che la musica lo ha aiutato a curarsi. “Si muore e si vive dentro lo strumento”, ci si lascia trasportare e raggiungere da quelle sensazioni spaventose e ci si convive così, trasformandole in immagini-parole intime e personali. Le canzoni di Bondì sono la sua seconda pelle, se non addirittura la prima. Sono le vene, i nervi, la linfa vitale che gli permettono di essere in questo mondo ricordandone un altro, meraviglioso e senza tempo.

Quando finisco la mia telefonata con Alessio mi rendo conto che non avrei potuto desiderare di meglio per chiudere questa stagione di SeTelefonando. Il mio viaggio alla ricerca delle parole che fanno le persone infatti si ferma su una spiaggia nel sud dell’Italia dove per il momento mi fermo a sentire il rumore di quel mare antico che per Alessio sa ancora essere un mistero.

 

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