Anteprima di Showcase, il primo album dei F.O.O.S

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Vengo a conoscenza di un duo chiamato F.O.O.S (Simone Seminatore, Fabrizio Moschetto) nella non troppo lontana estate 2011.
Erano giunti alla finale italiana di un contest piuttosto noto e mi era arrivata voce che la band torinese non era affatto male, anzi. ‘Bene – mi sono detto – stalkeriamoli!’ e così è stato.
A più di un anno dall’inizio della mia operazione di spionaggio, ecco arrivare in redazione, in anteprima, l’edizione limitata del nuovissimo, lucciantissimo e più che mai aggressivo album dei F.O.O.S: Showcase.

Showcase non solo è nuovo di zecca, ma è anche la prima fatica in studio del duo piemontese, un lavoro lungo e ben studiato, ottimo da certi punti di vista, opinabile e pieno di buone speranze da altri, come ogni opera prima.

Prima traccia e opening track dell’album tutto è proprio colei che dà nome e senso ai dieci pezzi successivi: Showcase.
Suona più come lunga introduzione che come brano vero e proprio, ma quest’aria di vaghezza, inconclusione, assenza di centro gravitazionale, è una delle due caratteristiche principali attorno alle quali ruotano i brani di cui Showcase è preambolo.
Seconda traccia, e singolo che anticipa la pubblicazione del lavoro, è The monster, brano manifesto di altra, mi è parso, fondamentale, peculiarità dei F.O.O.S, che li inquadra in un orizzonte di genere molto simile alla definizione di electro-rock: ritmi serrati, distorsioni a manetta, uso di synth e sequencer, batterie triggerate di brutto, etc..
Non è né bello né brutto, né giusto né sbagliato: è così e basta e, per quanto mi riguarda, è figo.
La cosa che non mi è andata troppo a genio, invece, è la scelta proprio di Monster come singolo anticipatore dell’uscita dell’album (avrei preferito una traccia più incisiva, vedi le seguenti Hot coals, G.O.L. o la potentissima Riot!); anche se, a dirla tutta, forse, è l’unico brano che possiede le caratteristiche necessarie a un singolo: indiscussa orecchiabilità e sunto ideale di tutte le caratteristiche del disco; una via di mezzo, cioè, tra quell’aria di vaghezza e le distorsioni sicure e aggressive, accoppiate ai ritmi serrati e disumani, dell’electro-rock.
Anche il video di The monster non m’ha fatto impazzire, ma comincerei a parlare di altre cose che hanno inerenza zero con l’argomento, quindi passiamo oltre.
Terza e quarta traccia sono Hot coals e G.O.L.: senso d’ansia, ritmiche che richiamano la Drum’n’Bass e riffone di synth per la prima; batteria appoggiatissima e classico ‘tum-cha’ da camminata gangsta per la seconda. Due pezzi affatto male che fanno da trampolino di lancio per il picco virtuale dell’album tutto composto dalla coppia ModernmorphosysRiot!, relativamente quinta e sesta traccia di Showcase.
Se al primo ascolto mi ha colpito qualche cosa questa è stata, senza dubbio, Modernmorphosys, dal mantra “We’re living hard times”, in un’atmosfera che sa di sintetico, finto, un Mondo di plastica che non può fare altro che ripetersi artefatto, fino allo splendido riff di acustica (l’unico in tutto l’album) e l’esplosione più che distorta delle elettriche esatte, violente, belle. E’ un brano, a mio parere, più che mai degno di nota.
Per quanto riguarda Riot! è, senza ombra di dubbio, la mia preferita. Il fade in, preambolo del martellante ritornello, regala quella sensazione di tempo rallentato, respiro trattenuto, attimi infiniti, prima dell’effettiva esplosione, della corsa matta. Ha un qualcosa che istiga alla violenza questo pezzo. Ci piace!
A seguire Mirror labyrinth, una prova affatto malvagia di cosciente uso della semantica musicale. Il riff ripetuto all’infinito nel ritornello, la melodia seguita dalla voce, più che mai simile a una litania che ad altro, regala, in effetti, una sensazione di dispersione apparente, confusione, ansia.
Mi sento, tuttavia, obbligato a sottolineare una piccola pecca che, al mio orecchio maniaco, non è sfuggita, proprio riguardo questa ricerca (cosciente o meno) di significato nei suoni, nelle linee melodiche, nelle scelte armoniche, non solo in Mirror labyrinth, ma in tutte le dieci tracce di Showcase. Trovo alcune soluzioni piuttosto semplicistiche, ovvie, basilari, da manuale. Tuttavia, tenendo conto, fortemente, che si tratta dell’opera prima dei F.O.O.S e che il duo torinese ha decisamente molto tempo per sviluppare questo suo aspetto (se è nelle intenzioni), direi che il risultato è più che mai accettabile, sebbene non brillante.
Seguitando, e ormai in dirittura di arrivo, troviamo The World we could have built, un brano che ho trovato piuttosto noioso. Non esattamente superfluo, ma noioso, sì.
Le ultime due tracce, Real love e Grey, sono ambedue bonus track e, per quel che m’è parso di capire, le potrete trovare esclusivamente nell’edizione limitata del disco in questione.
Per quanto riguarda Real love, affatto male. Pezzo che pompa senza dubbio, carico, ottime le distorsioni, le dinamiche strofa ritornello, i bridge, il riff di chitarra (forse il più pulito, dopo l’acustica di Modernmorphosys, di tutto Showcase). L’ultimo ritornello, quasi quasi, l’avrei urlato!
Grey, invece, è la più danzereccia di tutto il disco, quella che non c’entra un granché, l’intrusa, ecco. Un brano diverso, bello a suo modo e logicamente, giustamente, inserito tra le bonus track.

In conclusione, ottima prima prova in studio dei F.O.O.S. I due hanno le idee chiare, forse troppo chiare, con effetti (synth in particolare) che non cambiano più di tanto tra un pezzo e un altro. E’ un lavoro che, comunque, da un’idea delle potenzialità che la band ha, delle idee, della ricerca di suoni e nuove soluzioni, il che mi rende più che mai fiducioso nei loro confronti.

L’ultima cosa che rimane a me è sentire i F.O.O.S live, quello che resta a voi è ascoltarvi tutto Showcase, in uscita il prossimo 13 novembre per TDMC Records, con release party alle Lavanderie Ramone di Torino.

 

 

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