Vasto Siren Fest 2016| Day#1

Ci siamo. La grande attesa è finita. Con una Line Up del genere avverto già che sarà un grandissimo festival.

Il pubblico mi piace tantissimo, balla quando c’è da ballare, ascolta quando c’è da ascoltare, e soprattutto sa ascoltare, al proprio posto, con un rispetto incredibile. Quattro palchi, quattro situazioni diverse ma tutte estremamente vicine, sia geograficamente che a livello puramente emozionale. Si passa da una ad un’altra in pochissimi secondi eppure non ci sono disturbi nè interferenze tra loro. Si parte dalla location piu bella, quella dei giardini D’Avalos, un posto decisamente sospeso nel tempo e nello spazio; archi e pergolati intrecciati di fiori di ogni tipo, sovrastano un prato all’inglese curatissimo, ed il tutto si affaccia sul mare. E qui, un’incantevole Tess Parks inizia a suonare, ed ufficialmente inizia il mio Siren Festival.

Tess Parks

Una chitarra, una Telecaster, un amplificatore ed un microfono. Non un pedale, non un suono diverso per tutta l’esibizione. Una leggerissima distorsione, giusto per non sembrare “troppo” perfetta, o semplicemente troppo pulita. Perfettamente a suo agio e perfettamente inserita in una location bella quasi quanto lei, suona una canzone dopo l’altra, e noi tutti lì, distesi su questo fantastico prato, ad ascoltare e farci trasportare dalla sua voce. Ci ha indotti ad un religioso silenzio, e non avremmo potuto fare altrimenti. Un po’ per la musica, un po’ per la voce, un po’ per lei.

“Scusatemi, ma non conosco la vostra lingua, però mi piacerebbe davvero impararla, perché è una lingua fantastica e davvero romantica”. Non preoccuparti Tess, con la voce che hai puoi mandarci anche a cagare in inglese e saresti ancora troppo perfetta e noi continueremo ad amarti.

«Life is but a dream», no mia cara Tess, il sogno sei tu.

Un po’ una Tom Waits al femminile, o una Nico un po’ più mascolina, canta di diaframma, di cattiveria. Tiene il palco da sola, lei, la chitarra ed un bicchiere di vino rosso, che sorseggia tra una canzone ed un’altra.

“Put a match to a tree

Watch the leaves burn high

They’re all sensitive like you, babe

But I know you’ll be alright”

(«Cocaine Cat»)

Parole stupende, accordi graffianti, viene da Toronto ma dai suoi modi può sembrare tranquillamente di Sheffield o di Bristol, se non fosse che si tradisce un po’ per il suo accento dannatamente nordamericano. Scambiamo due chiacchiere a fine concerto, mi dice che anche il suo è un “cheap sound” e mi lascia una spilla che dice “Friends of Tess Parks”. Vorrei davvero poter dire di essere tuo amico mia cara Tess, girare il mondo con te, bere vino rosso e sentirti cantare ovunque, sulla tangenziale, nel traffico, in metro o nei peggiori bar del Pigneto.

A.R Kane

Dopo aver parlato ed essere stato estasiato da Tess Parks, lascio questi meravigliosi giardini e mi reco in Piazza del Popolo, dove si trova il Main Stage e gli inglesi A.R Kane hanno già iniziato a suonare da un po’.

Il loro è un trip hop contaminato da musica elettronica, con forte influenza africana. Sono solo in tre, e suonano tutti la chitarra e synth. Il tempo di riprendermi dal sogno di Tess che mi trovo immerso un altro oblio: la voce della cantante sembra venire da un’altra dimensione, e anche quando entra la drum machine la loro musica continua ad incedere a passi lenti e rilassanti; emanano vibrazioni positive, il suono delle chitarre, soprattutto di quella di Rudi Tambala è incredibilmente innovativo e totalizzante, ma non riescono a rapirmi del tutto, e questo lo testimonia anche la poca presenza sotto il palco.

Nosaj Thing

Più persone mi avevano parlato di Nosaj Thing, in particolare il mio amico Teo, che di musica elettronica ne capisce parecchio, e tutti me ne avevano parlato in termini eccellenti, motivo per cui sono corso a sentire questo ragazzo californiano, sul terzo palco del Siren, all’interno del cortile d’Avalos. Premesso che soltanto vedendo le foto della nostra bravissima Elisa potrete cogliere la suggestione di tale location, il cortile è proprio quello di un castello medievale, e Nosaj Thing, al secolo Jason Chung, è paradossalmente inserito in maniera meravigliosa. È un paradosso perché la sua modernità e quella della sua musica incontrano l’antico, e questa commistione ne amplifica e forse ne evidenzia tutte le sue abilità e peculiarità. Quello che mi colpisce di più di Nosaj è la sua presenza dietro la consolle; sembra sia avvolto da un’aurea e da un alone misteriosi, quasi prosaici. La sua è un’elettronica per nulla invasiva, tutt’altro, è totalmente avvolgente e piacevole da ascoltare e da lasciarsi trasportare. Alcune tracce spaziano molto, si possono sentire forti contaminazioni Hip hop, Ambient e soprattutto R&B, e una voce femminile bellissima registrata sulle tracce ne acuisce la delicatezza. Unico neo: l’orario; avrebbe dovuto esibirsi più tardi, sicuramente dopo il tramonto.

Calcutta

Si ritorna al Main Stage e già c’è molta gente sotto il palco che aspetta l’esibizione del cantautore laziale, vero e proprio fenomeno del momento. La sua esibizione è impeccabile, suona praticamente tutto il disco più qualche vecchia canzone, e tutti ma dico tutti, cantano con lui, senza mai sovrastarlo. Non un errore, non una stonatura; che la sua musica possa piacere o meno, è ormai oggetto di dibattito nei salotti letterari hipster, ma quello che conta in questa sede è la sua esibizione, e su quello non si può dir nulla. Si vede che suona parecchio in giro, e anche i suoi musicisti sono incredibilmente bravi e professionali. I suoni sono ormai gli stessi del disco, così come l’armonia che si crea. Lui non è particolarmente simpatico o animale da palcoscenico, ma la cosa sembra non molestare nessuno, e non è un caso che camminando sulla spiaggia alle sei del mattino, ho sentito ancora ragazzi cantare le sue canzoni. Apre con «Frosinone», chiude con «Oroscopo», è doveroso riconoscere che ne ha fatti di progressi da quando suonava con la chitarrina nei saloni delle case di studenti al Pigneto.

A fine concerto, del tutto inaspettato Niccolò Contessa (I Cani) sale sul palco, e in acustico ripropongono la bellissima «Cosa mi manchi a fare»

Adam Green

Si ritorna nel cortile, il sole è ormai calato e Adam Green è sul palco. È sicuramente lui la vera rivelazione di questo festival. Eccentrico, scatenato, eclettico e totalmente versatile. Sul palco si dimena e canta veramente ed incredibilmente bene. Vestito come Aladin (ha presentato il suo film il giorno prima, proprio al Siren), diventa subito simpatico a tutti, e non può essere altrimenti. Anche la band che lo accompagna è notevole, i francesi Coming Soon, che suonano anche una loro canzone, senza di lui.

Testi intrisi di un’ironia incredibile, sembra non prendere nulla sul serio, e soprattutto non prendersi troppo sul serio, e nella maniera più assoluta il nonsense regna sovrano. Le sue canzoni parlano di sesso, droga, squallore delle province americane ma anche tanto amore, nel suo modo di vedere le cose. Molto probabilmente scrive sotto effetto di qualche “droguccia mescalina”, ma non siamo assolutamente dei perbenisti né dei finti tali, per cui ci piace tanto, anzi tantissimo. Ci canta in maniera quasi romantica di una «Chubby princess» che altro non è che una prostituta e dell’incontro con lei in un bordello scadente; ci vuole far sapere che ha comprato dei uccelli azzurri, e che non riesce né a far la spesa né ad andare a figa senza di loro. «Bluebirds» oltre ad essere uno tra i suoi brani che preferisco, è forse l’elogio ed il manifesto del non-sense:

“Cleaning out my wisdom teeth

I found a diamond in my gums

Cleaning out the kitchen

Found a spoon that plays the drums”.

(«Bluebirds»)

Le sue canzoni già in studio sono decisamente allegre, ma dal vivo sono una vera e propria esplosione di una poco lucida ma enorme felicità, e risultano davvero coinvolgenti, come coinvolgente lo è lui d’altra parte; un vero e proprio showman, sembra a volte di veder recitare un attore di teatro, dotato di una voce baritonale capace di arrivare fin dentro l’intestino. Il primo impatto sonoro con la sua voce è davvero da brividi.

Purtroppo, mentre si esibiva Adam Green su un altro palco suonava anche Cosmo, e non possedendo (ancora) il magico dono dell’ubiquità, ho dovuto fare delle scelte. A detta di molti, nonché di Cosmo stesso, è stato il concerto migliore della sua vita; ha avuto un notevole riscontro fra il pubblico, dentro al quale, a fine concerto si è letteralmente tuffato diventando tutt’uno.

Editors

Nel 2009 vidi il mio primo concerto degli Editors. Allora alla chitarra c’era ancora Chris Urbanowicz e gli Editors avevano ancora quel sound incredibile che ha contraddistinto i primi due, se non tre album. Sono passati sette anni, ci sono stati cambi di formazione e nuovi innesti nella band, sono cambiate molte cose, sono stati pubblicati due nuovi album, decisamente inferiori ai primi, eppure lo show a cui ho assistito è stato ancora qualcosa di immenso.

Tom Smith è una vera e propria star, si muove e si contorce sul palco, ma sempre contraddistinto da quella sua aria “british” incredibilmente eccezionale e caratteristica. Un sound pazzesco, la batteria di Ed Lay si impone di prepotenza, per creare un’atmosfera fortemente e volutamente ballabile. Sono sempre loro, polistrumentisti, ad alternarsi sul palco ai vari strumenti in diverse postazioni. Aprono con un brano del nuovo album «No harm», ma soltanto quando suonano «Smokers outside the hospital doors» si riconoscono i veri Editors e tutti, ma dico tutti nel pubblico impazziscono letteralmente. Suoni estremamente puliti e curati, canzone letteralmente da brividi lungo schiena, e continuano così, alternando canzoni nuove a canzoni vecchie, «Life is a fear» è un ottimo singolo e anche un gran pezzo, ma nulla in confronto alla successiva «Racing rats», ascoltata, ballata e vissuta senza mai prendere fiato; veniamo letteralmente “investiti” dalle note e dalla splendida voce di Tom Smith.

Dopo una buona ora di concerto, rientrano tutti nel backstage e sul palco vi rimane il solo Smith che, piano e voce, ci regala una sua bellissima versione di «Dancing in the dark» di Bruce Springsteen. La sua voce si scioglie e ci fa sciogliere pian piano in questa splendida notte di mezza estate, e la luna dietro di lui, per una volta, diventa piccola ed insignificante, e non può far altro che mettersi ad ascoltare anche lei.

Al termine della canzone, anche loro capiscono che stiamo tutti ancora fluttuando, e necessitiamo tutti, luna compresa, di una forte scossa, così parte, quasi dal nulla “Papillon», e la pacata e medievale Piazza del Popolo si trasforma di colpo in una discoteca. Chiudono con un brano dell’ultimo album, «Marching orders» brano contraddistinto da forti toni di epicità e in grado di regalarci l’ultima onirica danza di questa serata.

Artisti del genere, dovrebbero solo essere ringraziati per le emozioni che sono in grado di regalare.

“Open your arms and welcome people to your town.”

Abbiamo aperto le nostre braccia, vi abbiamo accolto come nostri fratelli o forse padri e profeti e ci siamo fusi, ancora, in questa splendida notte di mezza estate.

Foto Elisa Scapicchio

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