Vasto Siren Fest 2016| Day#2

Ci sono situazioni a cui è difficile dare un senso, o meglio, a cui è davvero difficile credere; una di queste è stata proprio il secondo giorno del Siren Festival: dopo aver assistito ad un primo giorno a dir poco memorabile, sei consapevole che quello che stai per vivere sarà addirittura migliore.

E così è stato.

Joan Thiele

Stessa location di Tess Parks, stessa favola eterea ed onirica che si staglia sul litorale del Mar Adriatico, ma musica e situazione abbastanza differenti.

Innanzitutto non è sola, ma accompagnata da una band di supporto davvero interessante, i catanesi Etna, un gruppo molto poco convenzionale: il bassista ad esempio, suona solo con la mano sinistra, in quanto con la destra impegnato a suonare il sintetizzatore, mentre il batterista ha un set del tutto personalizzato, composto da pad elettronici, un pezzo di tronco d’albero e una caffettiera (si avete capito bene, proprio una caffettiera…)

La loro musica è dolce e soave, così come la voce della cantante di Desenzano sul Garda, che ha origini disparate, ma che si sente molto più italiana di quanto essa stessa non tradisca con il suo magnifico inglese.

«Save me», «Taxi Driver» e «Cup of coffee» sono state sicuramente le sue canzoni migliori, ma quando ha preso l’ukulele e ha suonato una bellissima cover di «Hotline bling» di Drake, il finora pacato pubblico dei giardini d’Avalos è letteralmente impazzito: un’interessante riproposizione di un brano pop/hip hop abbastanza commerciale in chiave elettronico-cantautoriale.

Ha catturato tutti con la sua musica, ma la cosa più bella è stata il suo sorriso per tutta la durata di concerto, divertirsi suonando facendo stare bene se non benissimo tanta gente.
Disteso su questo prato, chiudo gli occhi, ascoltando la sua voce mi perdo e mi sembra di poter volare.

Thurston Moore Group

“Mr. Moore, Lei è Dio. Se suono la chitarra è solo ed esclusivamente per merito suo.”

“Grazie”

“Ma no, ma grazie a Lei…. Ah mi dica, ma farà pezzi i suoi o dei Sonic Youth?”

“Sono tutti pezzi miei”

E con questa magnifica figuraccia che è iniziato il mio concerto di Thurston Moore. Premesso che, come avrete sicuramente notato, sarò leggermente di parte e “trasportato” nel parlare del leader degli immensi Sonic Youth, voglio solo poter sottolineare la grandezza e l’importanza che quest’uomo (riduttivo) abbia avuto all’interno del panorama musicale mondiale.

A vederlo per strada, en passant, sembra un normale turista tedesco sessantenne di due metri con sandali e calzini, ma sul palco, pur mantenendo sempre un certo contegno, suona ma soprattutto canta esattamente come 20 anni fa; chiudendo gli occhi sembrava di sentire di nuovo suonare i Sonic senza Kim Gordon.

Anche perché LUI è i Sonic Youth.

I pezzi “suoi”, intesi come quelli da solista, sono notevoli, così come lo sono i musicisti che li eseguono. La retorica dei testi, da lui scritti, si riconferma quella di sempre, tagliente, profonda e destrutturalizzata.

“Remove your wings

And meet us near the fire

Extinguish things

Of earthly desire.”

(«Speak to the Wild»)

Suona quasi per intero il suo ultimo disco The Best Day, come al solito ammaliando, distruggendo, incantando, e destabilizzando tutti.

The Notwist

Ero molto curioso di sentirli dal vivo, devo dire che nutrivo forti e grandi aspettative che la band tedesca ha saputo rispettare in pieno.

Hanno prodotto tanti dischi, cambiato diversi generi, ma Neon Golden è e rimarrà sempre il loro capolavoro, e non è un caso se lo suonano per intero.

Suoni molto ma molto fedeli a quelli del disco, la voce di Acher è quasi da lacrime per quanto sia bella e in quel momento il solo ascoltarla non ti fa desiderare null’altro nella tua vita; su «Trashing days» puoi alzare lo sguardo al cielo e sentire cantare le stelle, il battito del tuo cuore diventa la cassa della batteria e il tuo respiro si fonde con la sua voce: ad un tratto noi pubblico diventiamo la loro musica, ed è tutto così naturale, spontaneo, meraviglioso.

«Pick up the phone» e «Neon Golden» sono estremamente degne di nota, per il modo incredibile con il quale vengono suonate, ma quando parte «Pilot» non c’è una parte del mio corpo che non sia percorsa da brividi. Modificata ed allungata un po’, a mio avviso sarà sempre la loro canzone migliore, nonostante la successiva «Consequence» faccia impazzire letteralmente tutto il pubblico presente.

Motta

Francesco Motta, livornese trapiantato a Roma, in meno di un anno ha pubblicato un buon disco e iniziato a girare per l’Italia, prendendo parte a festival e concerti come se piovesse.

Musicalmente incredibili, lui e i componenti della band che lo supportano si alternano ai vari strumenti con facilità e rapidità estreme. Motta è carismatico, una forza della natura, un ottimo frontman e un ottimo musicista. Difficilmente sbaglia o stecca con la voce, soprattutto quando imbraccia e suona la chitarra.

Esegue tutto il disco in maniera impeccabile, e ci prende davvero gusto. Fortunatamente è ancora bloccato in quella fase in cui fare musica non è propriamente un lavoro, e si vede del tutto. Si diverte da morire, ma con una professionalità estrema. Sarà un vero piacere incontrarlo sulla spiaggia alle sei del mattino e fare una chiacchiera sul suo disco e la sua musica.

Suona tutto il disco, ma «Sei bella davvero» e «La fine dei vent’anni» sono le canzoni più coinvolgenti e avvolgenti allo stesso tempo, e saranno quelle che rimarranno maggiormente nella mente del pubblico.

I Cani

Semplicemente i Cani, o forse dovrei dire semplicemente Niccolò Contessa. Tutto gira attorno a lui, e alla sua eccezionale genialità. Ciò che ormai contraddistingue i Cani e i loro concerti è proprio questa attenzione alla cura di ogni minimo dettaglio, attenzione che si avverte veramente nell’aria. Contessa è un perfezionista, e quest’attitudine alla perfezione lo ha sempre contraddistinto ed è andata via via evolvendosi (o involvendosi) in una vera e propria psicosi, che il più delle volte si è tradotta, per sua stessa ammissione, in una terribile ansia da prestazione. Egli rappresenta ciò che possa esserci di più distante dall’archetipo della classica rockstar, sia a livello immaginifico che puramente idealistico, eppure oggi come oggi rappresenta la perfetta sintesi tra musica alternativa indipendente e “moda e tendenza hipster”, e prepotentemente si sta prendendo una sempre più enorme fetta di pubblico.

L’ultimo album è proprio questo: perfezione allo stato puro. Potrà pure non piacere, alcune canzoni magari potranno essere considerate poco all’altezza o semplicemente “diverse” dal trend dei primi due album, ma c’è una cura nei dettagli e un’attenzione incredibile ad ogni minimo suono, parola, melodia… Ha smesso di parlare solo di Roma e di situazioni puramente giovanili o quotidiane, uscendo dal contesto dei primi due album, per fare il grande salto sul mercato nazionale, e ci è riuscito perfettamente.

Dall’inizio alla fine del concerto, ogni canzone è cantata da tutto il pubblico in ogni sua singola parola, dall’apertura con la geniale «Questo nostro grande amore» alla chiusura del concerto con «Lexotan», in cui come ormai da copione, Contessa, come se dovesse entrare nella vasca da bagno, si leva gli occhiali, e si getta sul pubblico, in un vero e proprio bagno di folla; e quando tutti son lì sotto di lui, ad uccidersi letteralmente pur di toccargli la testa o abbracciarlo, capisci quanto in realtà a lui questa cosa lo faccia impazzire: ha raggiunto il suo obiettivo, la notorietà, anche se fa e farà sempre di tutto per cercare di occultare questa cosa. E sebbene lo faccia ormai a tutti i concerti e possa sembrare che in realtà lo faccia veramente per routine, ad ogni concerto il pubblico è così caloroso, così coinvolto e così coinvolgente che lui si sente veramente estasiato e si sente in dovere di farlo, quasi a ringraziare la fonte principale del suo successo: la gente.

I puristi, i critici da autogrill, e gli esperti di polluzioni mentali sosterranno sempre che i primi album sono superiori e ineguagliabili, certo, magari rappresentavano la novità e quindi ci questo spiazzò tutti, ma c’è stata una forte evoluzione oggettiva; a mio avviso, non è esagerato definirli il gruppo migliore in circolazione, e a chi li critica è doveroso ricordare che bisogna sempre contestualizzare il tutto, siamo in Italia, in questo momento storico il livello della musica è questo e difficilmente usciranno dei nuovi Nirvana o dei nuovi Sonic Youth, non a caso anche Contessa ci canta, spavaldo ma timoroso, reticente ma speranzoso: “Non avrò paura se non sarò bravo come Thurston Moore”.

Pubblico e organizzazione

Un’ultima nota, doverosa, per pubblico e organizzazione. Impeccabili, sul serio. Mai, e dico mai una fila. Ai bagni, per la birra, per mangiare, ma soprattutto mai dovuto fare lunghe attese per ascoltare gli artisti. Nel passaggio da un palco ad un altro il gruppo già era pronto per suonare. Il pubblico, come già ho scritto, serio e molto rispettoso, nei confronti degli artisti, dell’organizzazione e di tutti gli artisti.
Complimenti a tutto lo staff del Siren Festival da parte di noi di Cheap Sound, avete creato in soli tre anni un festival che non ha nulla da invidiare a quelli europei.

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