Sofar Sounds London, Adam Kammerling e la spoken word poetry

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Lo scorso 7 maggio mi trovavo a Londra e ho assistito, per la prima volta, a una serata organizzata dalla Sofar Sounds.

Per chi non lo sapesse ancora, Sofar è una cosiddetta global community: punto d’incontro tra coloro che desiderano esibirsi live (artists) e chi offre la propria – spesso mozzafiato – casa come location per l’evento. Al pubblico (guests) non resta che registrarsi sul sito di Sofar, selezionare una delle date in calendario, e aspettare una fatidica email: il luogo del concerto viene tenuto segretissimo fino a poche ore prima del live. Per il nome degli artisti, invece, bisogna attendere addirittura il calare delle luci e l’alzarsi del volume. Un vero e proprio appuntamento al buio, dilagato da Londra ad oltre 50 paesi e 200 città nel mondo, consumato ogni notte tra salotti, camere da letto, magazzini e rooftop. Un live event all’insegna dell’intimità, unico nel suo genere.

Ora che avete un’idea di cosa sia Sofar, vi racconto in breve perché quella di Londra è stata una bella serata e perché dovreste cominciare ad interessarvi alla spoken word poetry.

L’evento in questione si è svolto nel seminterrato del Carousel, un ristorante a due passi dalla metro di Baker Street. Appena arrivato mi sono accomodato sul lato sinistro della sala assieme alla mia ragazza ed alcuni amici, per appoggiare la schiena alla parete: niente sedie per gli spettatori, niente palco per gli artisti, il contatto che il performer si propone di sviluppare con il pubblico non deve essere filtrato da nulla. La prima artista a esibirsi è stata Nia Wyn, una cantante blues proveniente dal Galles. Ad accompagnare la sua voce graffiante un dobro da lei suonato e un’armonica a bocca. Un mini set di tre pezzi piacevole, adatto per familiarizzare gradualmente con l’atmosfera della serata.

Ma la vera sorpresa dell’evento è stata Adam Kammerling. Sono circa le 9 pm quando questo ragazzo vestito da skater made in USA prende il microfono, apre un quaderno e comincia a raccontare delle storie. A breve mi rendo conto che il quaderno ha una valenza puramente estetica, dato che quelle storie sembra recitarle a memoria. Mi aspetto che da un momento all’altro parta una base, ma non succede. Adam sembra rappare, ma spesso i suoi versi non hanno rime. Ha un accento comprensibile, ma parla velocemente e molte parole non riesco a capirle al volo. Eppure non posso smettere di guardarlo, di ascoltarlo. Così ci racconta di quando era disoccupato e il suo frigo piangeva miseria. Ci dice cosa ne pensa delle cabine telefoniche a Londra. Ci riporta una serie di aneddoti cambiando di volta in volta il ritmo della narrazione, accentuando la gestualità e cadenzando le parole come a formare lentamente una tela, in cui io spettatore sono caduto dentro. Adam è uno spoken word artist e si impegna a diffondere e facilitare la fruizione della cosiddetta spoken word poetry.

La spoken word poetry, da quanto leggo in giro per l’internet, affonda le proprie radici nella tradizione orale africana. Se risaliamo poi alle gare rapsodiche di cui scrive Platone, forme di spoken word poetry esistono da millenni, ma sono cambiate nel corso del tempo sostituendo alla loro veste rurale connotazioni e vestiti del tutto urbani. Si parla di femminismo, diritti dei bianchi, storia afro-americana, educazione, attivismo politico (qui una lista di vari temi), e lo si fa spesso in prima persona, dal punto di vista di colui che narra. Si fatica a descrivere cosa sia davvero la spoken word poetry ai nostri giorni. Not quite poetry, not quite comedy, not quite theatre (dalla Edinburgh Festival Guide del famoso Fringe Festival). Per quanto possa avere delle similitudini con la più nota poesia e con la musica rap, vi sono alcune differenze che la caratterizzano come forma d’arte a sé stante. In primo luogo, la spoken word poetry nasce con il preciso obiettivo di essere recitata oralmente. Questo implica che, rispetto alla classica page poetry, deve essere poesia semplice da leggere, semplice da ascoltare, semplice da capire. In secondo luogo, a differenza del rap, la spoken word poetry non si basa su uno schema di rime, ma sul flusso di parole, l’inflessione della voce, e la presenza di rime isolate, magari a sottolineare la rilevanza di alcuni passaggi della storia narrata. Non sono a conoscenza di regole che delimitino i confini della spoken word poetry (anche se potrebbero esserci delle limitazioni nel contesto dei cosiddetti poetry slam). Quello che trovo incredibilmente affascinante è il contatto che uno speaker word artist deve necessariamente instaurare con il suo pubblico, solo con l’uso della voce, delle parole e dei gesti. Un tipo di contatto fondamentale anche per chi fa musica. Ho letto da qualche altra parte nel web che “lo spoken word travalica i confini della scrittura”. Come la musica, aggiungo.

In chiusura, si sono esibiti gli HOO HAs. Unica band della serata, londinesi di stampo brit pop che mescolano melodie allegre e orecchiabili a storie di tutti i giorni («I didn’t eat bacon for breakfast» recita il primo verso del loro secondo singolo “This is the new me”).

Per quanto riguarda Nya e gli HOO HAs potete ascoltarli rispettivamente qui e qui. Quanto ad Adam, questo è il suo sito e questa una sua recente performance.

Lorenzo Migliaccio

P.S: Sofar Sounds è anche a Roma. Già.
Date un’occhiata QUA.

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