Sorge, La Guerra di Domani arriva a Roma

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Una graditissima chiacchierata con Emidio Clementi prima del live dei Sorge di domenica 10 aprile al MONK di Roma. 

“Dottore mi sente? Sono Clementi. La chiamo per dirle che sono ferito, forse guarito. La aspetto qui seduto per terra, sotto ad un tavolino del Bar Destino.”

Sorge, ovvero Emidio Clementi dei Massimo Volume e Marco Caldera, tecnico del suono e produttore dell’ultimo disco della band, Aspettando i Barbari. Il frutto della loro collaborazione è La Guerra di Domani, magnifico disco in cui le parole di Clementi si miscelano alla perfezione sulle basi elettroniche di Caldera. Un lavoro nato per caso, colpa di un pianoforte capitato tra la grinfie di Clementi le cui prime composizioni sono state poi ampliate da Caldera. Infine – per chiudere in bellezza – i soliti testi superbi.

“Noi facciamo ciò che siamo, mi ha risposto alle fine, Lowell dall’Inferno.”

Il titolo dell’album prende il nome da articolo presente su una vecchia rivista degli anni ’60, mentre Sorge è un personaggio storico: Richard Sorge, spia sovietica che per tutta la vita ha vissuto nei panni del nemico nazista. Delle coordinate storiche forti, ma  appena si ascoltano i brani , ci si ritrova subito catapultati nella realtà di tutti i giorni. Clementi ci confessa i suoi giri nei Bar (Destino), i soliti demoni e gli incontri con personaggi ben noti al giro alternativo italiano. C’è tanto, della sua vita, ma ancora una volta (come nei momenti più poetici dei Massimo Volume), il suo privato diventa nostro e ci conduce verso temi e sensazioni universali. Ascoltare per credere, magari dal vivo, poiché questa domenica i Sorge passano a Roma. Suoneranno al Monk club per la rassegna Manifesto. Vedete di esserci e nell’attesa, quale modo migliore per ingannarla se non fare due chiacchiere con Emidio Clementi? A domenica, la Guerra di Domani è più vicina che mai.

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Quando ascolto La Guerra di Domani la potente evocatività dei brani genera subito nella mia mente delle immagini, delle scene, quasi dei quadri (“I Nottambuli” di Edward Hopper): hai avuto anche delle ispirazioni o modelli iconografici?

Se intendi un’ispirazione chiara come può essere quella di Lowell o della Didion ti dico di no. Tu citi Hopper e ammetto che la sua pittura così narrativa mi piace molto, ma non ho mai pensato a un quadro in particolare prima di scrivere un testo, anche se nel caso di “Hancock 96” lo splendido luonge bar in cui si svolge parte del testo potrebbe benissimo essere dentro un dipinto di Hopper.

In “Noi Facciamo Ciò Che Siamo” canti:

“E per un motivo o per l’altro non ho mai scritto nulla a cui dover ritornare.”

E’ vero?

Come scrittore sono esattamente il contrario. Faccio revisioni continue e nel caso delle ristampe di L’ultimo Dio e La notte del Pratello ho deciso di lavorare a una nuova edizione rivisitata. Ma è anche vero che sono naturalmente proteso verso nuovi stimoli e il verso di “Lowell” mi piace leggerlo in questo contesto.

Quanto Notturno Americano c’è in questa successiva esperienza lontano dai Massimo Volume?

Sono due dischi molto diversi nel suono e nell’approccio, ma in entrambi c’è lo sforzo di rendere la parola il più musicale possibile. Non si può scindere il ritmo dal significato, col tempo mi è sempre più chiaro.

I brani de i Massimo Volume sono poesie molto personali al tempo stesso universali: quelle dei Sorge sono diaristiche, delle confessione, eppure sono anch’esse altrettanto universali: qual è il segreto? Se c’è!

Scrivo di quello che sento il bisogno di raccontare, anche se spesso è un bisogno inconscio, di cui mi rendo conto solo una volta terminato di scrivere. E’ come in una seduta di analisi. Spesso non sai bene perché tiri fuori un argomento, ma se lo fai un motivo c’è.

Ti emoziona e appaga di più la lettura di un bel libro o l’ascolto di un bel disco?

Entrambi. Sono piaceri a cui non riuscirei a rinunciare. Dentro un bel libro o un bel disco trovo la bellezza.

La Guerra di Domani ha generato richiami anche con l’hip-hop: hai per caso sentito qualche artista di questo scena? C’è un rapper di nome Murubutu che la sera reppa ma di giorno fa il professore di italiano …

L’ho ascoltato una sera dal vivo a Milano e mi è piaciuto molto. In generale l’hip hop non mi emoziona, ma la trovo una fonte di ispirazione.

C’è una storia, un’esperienza che ti sta a cuore ma che non sei ancora riuscito a raccontare?

Non penso mai a quello che dovrò scrivere, se non quando scrivo. A quel punto la selezione avviene in maniera naturale.

C’è un momento de La Guerra di Domani – a livello testuale o musicale – di cui siete particolarmente soddisfatti, in cui sentite di aver fatto centro con il progetto Sorge?

Una delle caratteristiche del disco è la sua omogeneità. C’è un suono che è il nostro, riconoscibile. In questo è stato molto bravo Marco a lavorare su una tavolozza di colori non ampia, ma comunque varia. Sono contento del disco nel suo insieme. Lo stesso discorso vale per i testi. Mi sono accorto alla fine che il filo conduttore è la perdita.

Siete da qualche tempo in giro per l’Italia con ottimi riscontri: dobbiamo aspettarci un seguito?

La voglia c’è. Sui tempi però non abbiamo ancora parlato.

Di Alessio Belli

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