Spaghetti Unplugged Meets Cheap Sound | Wogiagia

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Sempre puntuali con la nostra consueta chiacchierata della domenica sera con Spaghetti Unplugged meets Cheap Sound. Ospite della serata è un gruppo ormai leggendario della scena reggae romana: i Wogiagia.

La coloratissima e vivace crew è in piedi dal 1998 e in quel periodo insieme a loro c’erano anche i Villa Ada Posse e i Radici nel Cemento; il progetto nasce da quattro pilastri di base sui quali vengono costruite il resto delle stanze, porte e finestre di questa grande casa persa nel verde. I Wogiagia sono una grande famiglia e la loro musica è totale allegria, spensieratezza e abbattimento di ogni parete grigia; con loro tiri fuori le amache colorate, la birra ghiacciata, il cappello di paglia e guardi in faccia il sole sorridendo e ondeggiando i fianchi. Ti portano su piccole spiagge bianche e ovviamente grazie a loro è subito estate o meglio sarà sempre estate.

E’ la prima volta che mi capita di intervistare un progetto che esiste da così tanto tempo. Avete tantissime cose da raccontare quindi cominciamo a parlare del vostro lungo percorso con qualche numero di riferimento.

Cominciamo con la nostra data di unione allora! Era il 1998 e si univano quattro soggetti. Da lì ci siamo allargati e si sono aggiunti altri grandi musicisti dando vita all’attuale famiglia. Abbiamo prodotto 6 dischi di cui 5 editi e uno inedito che è concretamente esistente ed elaborato ma per problemi con una casa discografica non è potuto uscire. Ora siamo chiusi in sala per la produzione e l’uscita del settimo disco.

Tra pochi anni festeggeremo il nostro ventennale e possiamo dire di averne vissute di ogni tipo!

A proposito di questo: quando avete iniziato avreste mai pensato di arrivare così lontano nel tempo e negli spazi? Sicuramente saranno cambiati i palchi, le location e il pubblico delle vostre esibizioni.

Assolutamente si! Abbiamo iniziato con i centri sociali in cui magari si trovavano topi e palchi sgangherati (se c’era la fortuna di avere un palco) fino ad arrivare al palco del Primo Maggio e di molti altri festival nazionali ed internazionali. Abbiamo realizzato il sogno di suonare in tutti i posti in cui desideravamo esibirci fin da ragazzini. Possiamo dire quindi che siamo molto soddisfatti di aver concretizzato quello che sognavamo da sempre e che abbiamo raggiunto quello che volevamo.

Come viene gestita l‘organizzazione di un progetto simile? Siete più per la coesione dall’interno e per l‘autoproduzione senza ricorrere ad elementi esterni o avete delle figure specifiche che si occupano di tutto il resto?

Ci siamo sempre autoprodotti, auto finanziati, autogestiti, autodistribuiti. Non c’è mai stata la volontà fin’ora di avere un’agenzia booking, manageriale o simili. Esiste da sempre questa scelta che è condivisa e voluta pienamente da tutti. Sinceramente adesso però, dopo tutti gli anni passati e i 40 anni anagrafici di molti di noi che cominciano ad avvicinarsi, l’idea di avere qualcuno che faccia una parte di questo lavoro al posto nostro non fa del tutto schifo ma giusto per concentrarci di più su altre cose (tipo scrittura e produzione della musica)invece che sulla parte amministrativa o organizzativa. Prendere le date, parlare con gli organizzatori di eventi e di festival diventa un bell’impegno e con il resto delle cose da gestire ora sarebbe bello avere una mano in più. Fino a che le cose non ti pesano ovviamente non te ne accorgi e continui a farle tranquillamente.

Molti artisti fanno parte di due scuole di pensiero per quanto riguarda la scrittura dei brani: quelli che scrivono a prescindere della risposta del pubblico e quelli che invece scrivono per il pubblico,per assecondarlo e accontentare i suoi gusti e quindi assicurarsi una risposta quasi certamente positiva e di conseguenza il successo. Voi come la pensate a riguardo?

Ovviamente amiamo il nostro pubblico e chi ci segue da sempre o da ieri, però la scrittura dei nostri brani è tanto personale nel senso che nasce tutto da un flusso di coscienza quindi quello che esce fuori è istintivo e viscerale. Ovviamente poi ci si lavora sopra! Ci siamo anche”scontrati” tra di noi perchè sulla base di questo poteva capitare che qualcuno si incaponisse su una parola da usare piuttosto che ricorrere ad un’altra ma in generale siamo tutti concordi nel non creare patine di argomenti omologati. Se quello che esce ci piace ci soddisfa e ci fa divertire mentre lo proviamo allora funziona. L’anno scorso a Villa Ada abbiamo suonato un brano che si chiama “Bilico” e alla fine dell’esibizione ci sono stati 40 secondi di silenzio. Ma il silenzio non è sempre una cosa brutta e non ci siamo quindi spaventati. Il pubblico può rimanere in silenzio non solo per motivi negativi ma anche solo riflessivi e quindi anche questo è molto importante. Quel brano ha la particolarità di trasformarsi ad un certo punto in un’illusione ritmica e sembra un brano ritmicamente dispari invece è pari ed ha uno strumentale che dura quasi 4 minuti: forse ha stupito proprio questo o forse no, di base non c’è nessun problema perché quello che per noi è bello è anche soddisfazione.

Fate parte di una scena musicale che ormai a Roma vede la sopravvivenza di pochi elementi. Il reggae e lo ska avevano molta più risposta e un contesto 10 anni fa ora invece ha preso il sopravvento la scena indie? Cosa ne pensate?

Premesso che se oggi prendi una chitarra e vai dritto in quattro quarti sei un gran figo. In più se inserisci frasi tipo “Il tramonto è più bello domani perché oggi c’erano le nubi grige e il grigio è più grigio di ieri e non ci sei tu‘” allora così ti sei assicurato il successo. Però alla fine della fiera cosa hai detto? C’è robaccia in giro com’è normale che sia però ci sono altrettante cose molto belle per esempio IOSONOUNCANE che fa venire i brividi! Scrive dei testi bellissimi che arrivano dentro appena li ascolti e si capisce che non sono scritti a caso. Ti ritrovi nella concretezza delle cose, sono poesie. Questo discorso ovviamente vale anche per il nostro periodo in cui ci fu l‘esplosione del reggae e la chitarra in levare era la chiave per far ballare le persone e riempire i posti. Rispetto a prima però oggi forse c’è più una ghettizzazione della musica nella fighetteria e nella moda. Quando noi siamo usciti nel ’98 i gruppi reggae si contavano sulle dita di una mano e quei pochi di noi che facevano questo genere erano considerati dei folli perché appunto non era sorta ancora del tutto la moda e non si capiva quindi che musica fosse, dove collocarla precisamente. Poi nel 2001-2008 c’è stata l’esplosione totale della musica reggae e da lì maggiore comprensione di quello che prima era invece una cosa da precursori.

Se poteste miscelare le sonorità reggae con un altro genere in un nuovo album cosa scegliereste?

Probabilmente musica elettronica e anche un rock sulla scia degli American Football.

Qual è la dimensione in cui vi trovate più a vostro agio? Quella live o quella da studio-sala prove?

La dimensione live è assolutamente la nostra preferita. Accadono continuamente cose divertenti, non esistono problemi tecnici sul palco che ci portano a sbagliare o ad intralciarci anzi! Ormai ci conosciamo talmente tanto bene che bastano pochi sguardi complici e riusciamo a comunicare benissimo così. Si crea un’energia grandissima tra di noi ed è così sia per i grandi palchi e il grande pubblico sia quando dobbiamo suonare per 4 persone (com’é capitato una volta in Calabria)

Un piatto di pasta che meglio descrive la vostra musica?

(Unica band che non va nel panico con questa domanda anzi sembra illuminarsi).

Pasta alla crudaiola! E’ una pasta che si fa nel Salento. Prendi i pomodori pachino li tagli e li metti in una ciotolona insieme al pecorino grattuggiato, al basilico e all’olio. Poi con le mani ben lavate amalgami il tutto. Butti dentro la pasta, preferibilmente mezze maniche, ed è pronta. Ci rappresenta perchè è una pasta continua, nel senso che la mangi anche il giorno dopo a colazione pranzo e cena, puoi andarci avanti per due giorni almeno. Noi siamo questo: siamo legati come una famiglia, stiamo insieme e ci viviamo nei giorni.

Grazie ai Wogiagia e alla loro consapevolezza e maturità data dai tanti anni di esperienza, ai testi di Savino che sono come una botte senza fondo e per questo sarebbe in grado di scriverne uno per ogni occasione anche per i festeggiamenti dei 98 anni della zia Maria, grazie anche alla luce della loro spensieratezza simile a quella di uno studente delle scuole medie l’ultimo giorno di scuola e alla bellezza del rapporto con il pubblico con il quale sono totalmente a loro agio. Si divertono tra di loro e fanno divertire. E’ sempre una grande festa condivisa e vissuta.

 

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