Spaghetti Unplugged meets Cheap Sound |WakeUpCall

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Domenica 8 Maggio abbiamo intervistato per la prima volta i WakeUpCall.  In questa chiacchierata il gruppo ci ha raccontato come la musica abbia bisogno di uscire dall’Italia per avere vita migliore. Anche se la nostalgia rimane sempre …

Il primo EP dei WakeUpCall esce nel 2011, un anno dopo arriva l’album Batteries are not included e da lì iniziano una serie di date europee tra aperture a gruppi della scena punk-rock, ai contest, festival e live vari che spaziano dai grandi locali olandesi e russi al bar di Partinico in provincia di Palermo, dove per gli abitanti del posto incontrarsi al bar e ascoltare musica solitamente vuol dire accendere la radio e non venire spettinati dalle chitarre elettriche di due rockettari. In poco tempo iniziano a portare sulle spalle zaini molto pesanti con dentro più di 100 live all’anno, tanti aerei, pullman, fans e vodka gentilmente offerta da Madre Russia, il  paese che preferiscono in assoluto per poter manifestare al meglio la loro anima rock e incazzata (aggettivo che si sono attribuiti da soli, io da signorina quale fino a prova contraria sono, avrei avuto più garbo nel descriverli).

Come nasce l’idea di avere una personalità musicale più adatta alla scena rock internazionale rispetto a quella italiana?

Abbiamo sempre ascoltato musica rock americana anche se siamo cresciuti a pane ,musica classica (papà) e pop italiano (mamma), quindi quello che facciamo è quello che ci piace o meglio quello che abbiamo dentro da sempre. La scelta di andare all’estero non è stata dettata dal fatto che in Italia le cose sembravano essersi fermate o addirittura morte, anzi qui ci farebbe piacere suonare molto di più ma è una questione di spazi e location idonee per ospitare il tipo di live che noi facciamo. Troviamo più facilmente per assurdo  una data a Mosca pagata bene piuttosto che una data a Milano. La musica è il nostro lavoro e quindi ragioniamo anche in questi termini.

Che aria tira in questi live fuori dall’Italia ?

Sicuramente la gente è molto più partecipe e questo lo abbiamo notato in particolar modo in Russia dove forse saranno i 10 bicchieri di vodka che si fanno (e ci fanno fare) prima di assistere ad un concerto ma in ogni caso sono sempre molto coinvolti. Abbiamo suonato di fronte a 500 persone nei festival in varie parti dell’Europa ma sono molto più freddi rispetto ai russi che invece sono in grado di fare  più casino anche se sono solo in 50 dentro un locale.  Si fomentano proprio, e questo dà tante soddisfazioni. Forse il motivo di questo fomento è dato dalla curiosità che hanno nel vedere un gruppo straniero suonare nel loro paese. Ti trattano praticamente da rockstar perché capiscono che l’identità del musicista è quella dell’artista e questo suscita interesse nel chiedere foto, autografi o scambiare due chiacchiere.  Qui non succede ancora.

Dall’ultimo album sono passati 4 anni, il nuovo disco uscirà il prossimo autunno. Come è cambiata in questo tempo la vostra musica? C’è stato uno stravolgimento in quello che erano i WUC di quattro anni fa o è rimasto qualcosa?

Non possiamo parlare di uno stravolgimento totale. Abbiamo sempre spaziato tra il metal il punk e il rock cercando di variare nello stesso album e non rimanere sempre sullo stesso binario. Il disco nuovo sarà un concept album molto particolare ma non posso dirti niente di più. Questa volta abbiamo un po’ sbroccato e siamo usciti fuori dai nostri soliti schemi non tanto per un cambio del genere perché siamo sempre noi. Possiamo fare meno salti sul palco perché i pezzi saranno molto più difficili da un punto di vista tecnico.

(Immagino che Tommy continuerà a togliersi la maglietta e a cantare a petto/ tatuaggio nudo. Questo vizio sarà duro a morire)

Siete fratelli e il progetto è nato tra le mura domestiche. Quando è arrivato il momento in cui avete lasciato il dinosauro o la macchinina giocattolo per terra, vi siete guardati e vi siete reciprocamente scelti per fare musica?

Facciamo musica insieme da sempre. Non abbiamo mai avuto situazioni diverse o parallele per poi legarci. A 8 anni uno cantava canzoncine stupide inventate sul momento e l’altro suonava la batteria giocattolo. A 12 anni abbiamo pensato di fare una cosa più seria e da lì è partito il nostro progetto, con tutte le ovvie evoluzioni nel tempo. Tutto è sempre stato gestito a 4 mani, con l’aggiunta poi di altri componenti per integrare vari strumenti oltre alla chitarra e alla voce.

Come mai per il vostro ultimo video “A Modern Love Song” avete deciso di fare una cosa homemade e quindi dirigere, girare e montare tutto da soli?

Abbiamo notato che la gente apprezza molto di più le cose caserecce rispetto a quelle  patinate. Ha avuto molto successo forse per questo motivo, in più ci siamo divertiti e sicuramente lo rifaremo.

Qual è un piatto di pasta che meglio rappresenta la vostra musica?

Amando e vivendo la Russia non possiamo non pensare alle pennette alla Vodka!

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