Spring Attitude Festival #Day3 @Guido Reni District 27/05/2017

L’ultima serata del festival romano – alla sua 7a edizione – che cerca la linea di elettronica tra club e indie 

Dopo essere stati all’apertura al MAXXI [se vuoi link qui], e dopo aver (immotivatamente, vabbè) saltato la serata di venerdí, quella con i nomi più altisonanti del festival (Jon Hopkins, Nathan Fake), mi sono ritrovato “inviato” all’ultima serata di questo Spring Attitude.

Arrivo verso le 23, quindi già in ritardo di un’oretta sul live di Christophe Chassol, artista francese che, mi dicono, essere stato uno dei set più interessanti di tutta la tre giorni. Non importa però, perché sullo Jäger Stage del Guido Reni District sta cominciando a suonare Wrongonyou, al secolo Marco Zitelli, giovanissimo musicista romano che è ormai diventato più che un caso in tutta Italia (ed Europa). Sul palco ovviamente con chitarra e doppio microfono (uno per armonizzatori ed effetti vocoder) circondato dalla sua band (tra gli altri, Roberto Angelini alla steel guitar, come già avevamo visto al Monk l’anno scorso). [se vuoi link qui] Bel live, voce splendida e sonorità che sarebbero state godibili se non fosse che nella sala accanto, sul Red Bull Academy Stage, dopo pochi minuti dall’inizio del set di Wrongonyou, fosse cominciato il set (attesissimo anche questo) di Yussef Kamaal. Viene da chiedersi, in effetti: con tutto lo spazio che ha il Guido Reni District, potevano distanziare un pochino i palchi? L’anno scorso alla Bomba Dischi Night, quindi non proprio ad una serata di musica elettronica, ci erano riusciti. Non importa però: anche se la cassa della porta affianco sembra disturbare perfino i musicisti sul palco, la prestazione non ne risente e Wrongonyou porta a termine il concerto lasciando il palco ad un’altra ben nota realtà italiana: i Drink to Me.

Attivi dal 2002, editi da 42 Records, sono riconoscibili soprattutto (in particolare per lettori di webzine come questa) per il loro cantante e frontman, il cui progetto solista non può che suonare familiare: Cosmo.

Oltre a lui sul palco ci sono Roberto Grosso Sategna (anche lui in arrivo con un nuovo progetto – Dieci – targato 42 Records) alla batteria e drumpad e Pierre Chindemi in un mondo di sintetizzatori e campionatori.

Per la quarta volta sul palco dello Spring Attitude, come ricorda lo stesso Marco Bianchi, i Drink to Me mi esaltano e stupiscono in particolare sulle code dei brani, quando si lasciano andare, tutti e tre, in qualcosa di più lontano dalla forma canzone e più vicino a musica elettronica strumentale e sperimentale. Anche qui, piccola nota negativa sulla riuscita dell’audio: sempre un pelo troppo forte, inutilmente, in una sala che di per se non sembra costruita per fare musica dal vivo. Rende tutto confuso e meno apprezzabile.

Fortunatamente la nota negativa scompare quando è il momento di Sailor & I, sullo stesso palco. Il set dello svedese è sicuramente il più bello e completo che ho ascoltato: Alexander Sjödin è capace da solo di spaziare, rimanendo sempre nel “calderone” della musica elettronica, tra sonorità più cupe, a qualcosa di più grandioso, fino a sfiorare il pop, condendo il tutto con un uso particolarissimo della voce, manipolata continuamente in diretta, tanto da non sembrare “cantata” dal vivo. Su di lui belle le grafiche, meno interessanti nel resto di questo sabato anche – da quel che ho visto – rispetto alle precedenti serate.

Che dire insomma? Senza volere, ne potere, scrivere troppo di tutti quanti (non ce ne sarebbe il tempo, né lo spazio), volevo tirare un po’ le somme di questo festival che, tra ciò che ho visto e ciò che ho sentito, da anni ed anni porta nella nostra città musicisti importantissimi della scena elettronica. Di più: riesce sempre a trovare, proporre e scovare artisti di tutta Europa, che stanno in quella sottile linea di confine tra la musica “suonata” e la musica elettronica da club; allo Spring Attitude VEDIAMO la musica elettronica. Non un tizio che mette dei dischi, non due omini con un MacBook Pro e Ableton Live, ma intere band con strumenti musicali acustici, elettrici ED elettronici, a servizio di una musica che spesso e volentieri viene considerata meno valida, o meno reale, solo perché necessariamente manipolata dalle macchine.

Le uniche note negative, già considerate sopra, riguardano la struttura e la gestione del suono in tutto questo (suppongo proprio per la difficoltà di avere tanti – ma tanti eh – set di questo genere) ed anche una tale vastità di programmazione da rendere il pubblico di questo festival curiosamente eterogeneo, poco “unito” da un filo conduttore, in qualche modo poco vispo.

Ah, e un’ultimissima cosa: sarò io ad essere paradossalmente antiquato, con questa smania di comprare dischi e magliette, ma un bel banchetto merchandise?

Foto di Francesca Romana Abbonato

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