Tutti i topi vogliono ballare #1

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Trovo spesso scontato fare i complimenti. Di certo non li faccio a chi sto cercando di indirizzare su strade mediatiche. Trovo anche banale GIUDICARE come oggi la moda dei talent impone. Che in fondo chi siamo noi per GIUDICARE? Trovo altrettanto paradossale che un “giornalista” – ed oggi le virgolette sono d’obbligo – si impegni a giudicare qualcosa che in fondo, e senza mai scendere troppo in fondo, non solo NON HA MAI FATTO (privandosi di vivere e capire le dinamiche e le emozioni in gioco che sono poi DETERMINANTI) ma di certo NON SA NEANCHE FARE.
Un po’ come dire che un SACERDOTE da consigli sulla VITA FAMILIARE in senso pratico e sociale…e qui ci si deve fermare su un limite che vuole e deve rispettare tutti, senza eccedere in dettagli che richiederebbero altre mille misure e contestualizzazioni per essere tirati in campo.
Tutto questo per introdurre un disco che sto ascoltando molto questo periodo, quando il lavoro diventa scelta per condire il tempo dei silenzi tra una corsa e l’altra. Si intitola Appalusi a prescindere questo disco e lui si chiama Stefano Vergani e come molti confesso di averlo scoperto solo ora che ormai di anni ne ha macinati dieci e forse più, riconoscimenti e viaggi, orchestrine al seguito da mille colori e un circo pronto all’uso da aprire sulla piazza del paese.

Classe ’82, brianzolo, di una Brianza che non sa di inducover SV-APPLAUSI A PRESCINDEREstrie e di passanti veloci da banca e consigli di amministrazione…di una Brianza invece che sa di bosco e di montagna, che sa di popolo e folklore, che sa di tradizione a spasso per il mondo. Etichettiamo qualcosa per capirci? Paolo Conte a tratti…a tratti Gianmaria Testa a tratti…ma solo a tratti che sia chiaro. Giusto per dare un punto di riferimento, lontano, una luce in fondo al deserto da tenere sempre a portata di sguardo per non allontanarci troppo. Per il resto ci si mette in viaggio in un disco che mescola a dovere e disorienta in alcuni tratti, che lascia il sapore di sigaretta in bocca, che macchia di qualche buona grappa il tavolaccio della cena, che irrita come irrita quella corda non troppo scordata, quel piano a muro della nonna, quella bambola di pezza e quel quaderno di quando prendevo nota dei compiti da fare al pomeriggio. Poi spruzzate di ruggine ed elettrico, un Mexico e sombrero, un dannato amore che non val più la pena di inseguire. Non resta altro che sottolineare una timbrica vocale che trema piccola, intimo giaciglio, che sorride sempre come si sorride quando si racconta una leggenda ad un bambino da far sognare.
Il sapore di un disco acustico e sincero, il sapore della presunzione che diventà umiltà, l’umiltà di saper come fare a non credersi il migliore…un disco che va poggiato da canto ai mille artifici della tecnica e della bambagia strumentale, di quelli che sono i migliori produttori di oggi a suon di mouse e di software di qualità.
E in Italia poi passiamo oltre passando avanti, lasciando indietro un Vergani qualunque, celebrando quello che si dice sia famoso, collezionando click e visualizzazioni basta che ci sia una tetta e un culo a portata di sguardo segreto. E poi i locali sono vuoti di tutta quella gente che comunque si lamenta, e vuoti restano se non scimmiottiamo le canzoni di qualcuno…purché sia qualcuno, come dire…di famoso!!!

Paolo Tocco

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