Live report: Steve Harris @Orion Live Club

Steve Harris - British LionCerte fisse da quindicenni non passano facilmente. Uno cresce, allarga gli orizzonti, sente altra musica, frequenta altri posti, ma tutti quanti, agli albori della nostra conoscenza musicale, siam passati per gli Iron Maiden. È la prassi. Volete dirmi che non avete mai ascoltato Number Of The Beast? Non avete urlato nemmeno una volta il coro di Fear Of The Dark? Non vi fomentate con Run To The Hills? A CAZZARI! Tanto lo so che avevate la spilla di Powerslave sullo zaino del liceo, su!
Il componente storico dei Maiden è lui, l’unico, il solo, l’inimitabile Steve Harris. Una delle leggende delle quattro corde. Ogni potenziale bassista ha smadonnato cercando di Steve Harrisfare le triplette classiche del suo repertorio. Il suo Fender Precision blu elettrico con il battipenna a specchio è entrato di prepotenza nella scena metal più di quarant’anni fa, e continua a ruggire ancora adesso, senza alcun segno di voler mollare.
Circa un mese fa, navigando su Google per cercare concerti interessanti, scorgo “Steve Harris @Orion, 28/2”. COSACOMECHECOSA? Solo leggendo il suo nome mi era partito l’assolo di The Trooper in mente. “Perché solo lui?”, mi chiedo, e noto che ha recentemente pubblicato un album da solista. SBEM. ALLA FELTRINELLI! E così comprai British Lion.
Cosa aspettarsi da un appassionato di rock anni ’70 quali Harris se non l’album solista più figo di sempre? E qui arriva il primo schiaffo morale.
Zio Steve ha voluto fare il tamarro: il volume del basso è decisamente troppo alto rispetto agli altri strumenti, copre la batteria (avete letto bene) e le chitarre, pressoché inesistenti. Ma la nota dolente è la voce: Richard Taylor (chi?) perennemente sottotono, anzi, quasi a contenersi. Mai un picco, mai un acuto, uno strillo che fa vibrare le tempie (Dickinson docet). Le tracce, poi, sono un po’ monotone, caricano per non esplodere mai, divenendo alla lunga ripetitive. Tracce come Karma Killer e Us Against The World potevano essere dei gran bei cavalli da battaglia se sviluppati meglio, ma il resto è piatto, non riesce mai ad essere convincente. Purtroppo, l’album è stato una mezza delusione, British Lionuno di quei dischi che, una volta ascoltati, finiranno nel dimenticatoio della nostra collezione.
A questo punto, speravo in un concerto almeno sopra le righe, pieno di fomento per compensare il mezzo flop dell’album.
E così fu.
Arrivo l’atteso 28 febbraio. Tiro fuori la maglietta dei Maiden, comprata anni fa rigorosamente a Via Sannio, e mi dirigo alla volta dell’Orion (naturalmente Killers dei Maiden nello stereo). Però ero troppo fomentato, al momento, quindi penso che qualsiasi cosa dico sia di parte. Sapete che vi dico? Lascio parlare il buon Festuccia Filippo, che era li con me in mezzo alla folla.

Aprono gli Zico Chain: e chi sono costoro? Band inglese emergente, e direi emergente con una certa prepotenza: al secondo album possono già vantare live di un certo spessore e un po’ di heavy rotation su MTV che non guasta mai. Suonano a conti fatti un alternative rock che prende tanto dal post-grunge (brrr) quanto dal metalcore da classifica – il risultato non è spiacevole, anche perché mostrano una certa padronanza del palco. Certo, ai dinosauri del metal non piacciono di sicuro, ma “chissenefrega” mi sembra la risposta più adeguata; senza contare che persino gli Iron Maiden amano farsi supportare da band moderne nel sound, come gli Avenged Sevenfold qualche anno fa. Lo show degli Zico Chain, corto al punto giusto, ha comunque qualche momento di stanca, ma soprattutto è penalizzato da un sound tarato sull’act principale, che rende il tutto a tratti un po’ indistinto e fastidioso all’orecchio: alta la batteria e impastata la chitarra, con la voce per nulla aiutata da qualche effetto di troppo (anche qui tutta farina del sacco della Steve Harris Band).
Che il progetto solista di Steve Harris dal vivo funzioni meglio che su disco mi sembra francamente consolante, ma non dice un granché (British Lion era proprio brutto, come da giusta disamina del collega Loffredi). La scelta dei suoni è, mi si conceda il francesismo, un po’ scazzata: a rovinare tutto sono le piccole cose, come il delay applicato alla voce. Nonostante l’effettistica becera, Richard Taylor non si fa disprezzare. Certo, è un cantante rock e pure un po’ vintage (ondeggia tra Sting, Bono e Phil Collins, senza chiaramente l’inconfondibile presenza vocale di nessuno dei tre), ma la sua prima mezz’ora è di alto livello. Poi – mi viene da pensare che sia per un errato volume delle spie – l’urlato si sovrappone al cantato, la gola si sforza, le imprecisioni si accumulano. Già dopo la metà della scaletta è calante, e ci resterà per un po’. Steve Steve Harris EVHarris, in compenso, è perfetto – ma dubbi non ce n’erano, per chi ascolta metal è IL bassista, professionista di alta qualità. Il resto della band, invece, non “buca”. Da una parte è forte la sensazione che siano meri session men; e dall’altra, ammesso che lo siano, c’è da dire che non sono neanche tanto bravi (bastava, annoiati da qualche brano non esaltante, battere il metronomo in testa per notare quei piccoli e fastidiosi “fuori click”). Molto positivo, comunque, il fatto che il repertorio proposto derivi solo dal progetto British Lion – senza richiami all’ingombrantissimo fantasma degli Iron Maiden. C’è, in chiusura, una buona cover di Let it Roll degli UFO, che è un bel regalo tutto sommato.
Il vero regalo però arriva dopo: meet & greet a sorpresa con Steve Harris, una foto e un autografo per tutti. Grande professionialità che, a conti fatti, salva una serata non esaltante.
Emanuele Loffredi e Filippo Festuccia

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