Sula Ventrebianco | Più Niente

I Sula Ventrebianco, premiati come gruppo rivelazione italiano nel 2013 con il loro primo album Via la Faccia continuano il percorso musicale con l’uscita del loro terzo album Più Niente.

Il rock in Italia da molti anni a questa parte non è particolarmente preso in considerazione ma loro, grazie alla loro ottima tecnica, si sono da subito fatti riconoscere per il loro rock energico. Una particolarità di quest’album è che è stato registrato in analogico e il mixaggio è stato fatto da Alberto Ferrari, cantante dei Verdena.

Al primo ascolto la prima cosa che subito mi affascina è il ritorno del riff della chitarra del quale, un elemento che nella musica, sia italiana che internazionale, si erano un po’ perse le tracce.

L’album inizia con il pezzo intro “Yellowstone”, un minuto di chitarre decise e pulite che fanno da preludio al secondo pezzo “Sale in Sogno” dove sale in cattedra la batteria con la sua grancassa che scandisce moto bene il ritmo dando la giusta energia e carica al pezzo.

Cala poi il ritmo dell’album con “Diamante”, un pezzo in cui il gruppo napoletano prende l’elemento del diamante per spiegarci come in questo mondo l’apparenza è un principio fondamentale per farci largo in questo mondo “spietato”, all’interno del quale dobbiamo sempre fare i conti con la solitudine e i sensi di colpa, proprio come il diamante, pietra magnifica all’apparenza ma con un’anima pervasa dalla delusione e dall’amarezza delle persone che la ricercano.

L’album riprende il corso con “Warmhole”, una canzone “cattiva” con il  connubio synth – batteria – chitarra nella parte finale della canzone che dà quello stile heavy metal al pezzo e continua con “Una Che Non Resta”, dove il riff finale di chitarra mi fa venire una grande nostalgia del rock con cui sono cresciuto. Cambiano gli schemi con “Subutecs”, “Murek” e dopo con “Dubhe”, tre piccoli pezzi, il primo molto attuale per l’effetto della voce distorta e la chitarra anch’essa distorta, il secondo e il terzo molto stile Black Keys, con la coppia chitarra e batteria che viaggiano sullo stesso binario con un ritmo incalzante.

“Ade a Te” è un “ossimoro musicale”, una canzone con una base musicale senza freni, che voglia quasi scoppiare e uscire di gran carriera dalle casse ma il significato è completamente il contrario: «non dire mai ciò che pensi» perché in questa società essere diversi non va molto di moda e ci sentiamo come leoni in gabbia; con “Arkam Asylum” succede esattamente il contrario: una canzone schizofrenica musicalmente con la voce più cattiva che narra proprio di un pazzo che si ribella nel manicomio di Gotham City saltando sulle teste degli altri e gridando di essere il più normale di tutti là dentro.

L’album riprende il suo binario originale (“Metionina”, “Attraverso”, “Resti” e “Arve”) con il resto delle tracce ma in una canzone in particolare,  “Batticarne”,  si sente la mano nel mix di Ferrari in cui si avverte pregnante l’influenza artistica e stilistica dei Verdena.

Per essere un album rock ci deve essere una ballata e il gruppo napoletano non delude le aspettative con il pezzo “Amore e Odio”, ultima traccia dell’album, ed è proprio la canzone che prende in pieno tutta la filosofia del gruppo in unica frase: «su di un grande cuore spietato come il ghiaccio» proprio come raffigurato sulla cover.

Più niente è un disco particolarmente corposo ed irrequieto: da non tralasciare come aspetto il metodo analogico di registrazione nel quale viene messa di più in risalto la tecnica e l’accuratezza dei particolari.

In un periodo in cui tutto il rock in Italia sembra essere succube di pochi e fragili modelli, dico solo lunga vita al rock e più album così.

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