Live Report: The 1975@Blackout, 4/03

The 1975Nella scoperta di nuova musica, a volte, si trascurano dettagli che si rivelano fondamentali. Nel caso dei 1975, in un anno e mezzo di ascolto (dall’EP Sex, di novembre 2012) un particolare non mi era mai saltato all’occhio: Matthew Healy, di professione cantante, è bello. Urge spiegazione. Il Blackout, che ospita la seconda discesa a Roma dei 1975, è pieno. La prima riflessione è “wow, una band inglese al primo album che viene in Italia e attira qualche centinaio di persone: fico!”.

La seconda riflessione è: ma quante ragazze ci sono? Salgono i 1975 sul palco, e l’urlo del pubblico è uno, indistinto e acutissimo: pura pulsione sessuale. Ora, il ragazzo in questione è un frullato di Harry Styles e Skrillex con le movenze di Celentano, e a quanto pare il mix affascina. Ma di ragazzi fighi è pieno il mondo. Senza una proposta musicale interessante, neanche le ragazze più superficiali perdono la testa. Fortunatamente, i 1975 sono interessanti, piacevoli e divertenti. Occupano un’ora di show con una certa grazia naturale, suonando diciassette pezzi (compresa l’intro) tratti dal disco d’esordio (che si chiama come loro) e dai quattro EP pubblicati 1975 livefinora.
La scaletta è strutturata molto bene: la band mette in apertura e in chiusura i due brani migliori (The City e Chocolate, rispettivamente: e sulla seconda veramente unica la partecipazione del pubblico), e riesce a proporre la diversità delle sue anime senza rinunciare ad un senso di continuità. C’è il lato più apertamente pop-rock a costituire due metà, in mezzo alle quali una parte centrale di concerto più soffusa, che si sente libera di pescare dall’alternativo “che si guarda le scarpe” e, perché no, da esempi più colti degli anni settanta (tutto questo per provare a non dire Brian Eno, che è scomodato un po’ troppo spesso). C’è, e questo non si può non dire, un piccolo problema di qualità, perché con un solo disco da cui attingere il momento morto non può mancare. Ma è posizionato strategicamente, alla metà esatta della scaletta, subito prima del cambio stilistico (e, poi, del gran finale pop). E dunque non pesa più di tanto.
Considerate anche le dimensioni del palco, la componente spettacolare passa in secondo piano: c’è, principalmente, un rettangolo luminoso a richiamare la copertina del disco – pensata intelligente, a costi tutto sommato contenuti, che dà personalità all’esibizione. Sopperisce, soprattutto, ad un’illuminazione un po’ anonima, che solo a tratti si ricorda di sottolineare la musica. Ma, se entriamo nei discorsi tecnici, non si può non dire che l’audio (curato dal fonico della band) è stato dolorosamente inascoltabile per tutto il concerto. Stridulo ai lati, dissonante di fronte, melmoso dietro (stando in piedi di fianco al mixer le canzoni erano incomprensibili…). Una tragedia, e in più ogni tanto un feedback effetto galleria del vento che neanche in sala prove.
The 1975sCattive notizie, quindi, per chi era venuto a scoprire la band: meglio accendere il pc (o comprare il disco, che non era disponibile allo stand merchandise della band). Poco male per chi, invece, le canzoni già le conosceva e cercava l’adrenalina del live. La band suona bene, ha qualche scivolatina che in un contesto così non fa danni, e poco importa se il bel tomo di cui sopra rimane svociato molto presto: il suo timbro e il suo stile funzionano anche di fronte alla precarietà tecnica più assoluta. E – che poi è quello che conta – il pubblico non obietta e si lascia coinvolgere con entusiasmo.
Considerando il rapporto con la folla, il materiale e l’allure della band, personale previsione è che con un secondo album azzeccato (già il primo è disco d’oro in UK) i 1975 possano diventare qualcosa di grande molto presto. In quel caso, il ricordo di questa serata sarà ancora più piacevole.

F.F.

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