The Leading Guy live@Teatro Quirinetta 02/03/2016

Il nostro live report sul concerto romano di The Leading Guy al Teatro Quirinetta

Scrivere del concerto di The Leading Guy è un po’ come raccontare una serata tra amici durante la quale quello bravo suona la chitarra e gli altri ascoltano suggerendo le canzoni. In questo caso nessuna necessità di suggerire: la scaletta di “Memorandum” è assolutamente perfetta per la cornice del Quirinetta, un teatro-salotto sistemato ad hoc per il live che vede il pubblico comodamente seduto su poltroncine di velluto rosso.

Sulla scena dal 2012 come frontman della Busy Family, Simone Zampieri inizia nel 2015 la carriera da solista con un album denso di significato, scritto in un mese e registrato in meno di una settimana in un appartamento della Berlino Est. Linguaggio chiaro e diretto come il folk di miglior scuola, adottato per trasmettere storie e memorie, fortemente ispirato da maestri come Bob Dylan, Conor Oberst, Villagers, Lou Reed e Micah P. Hinson, dal quale deriva il suo moniker The Leading Guy.

Salito sul palco e presa posizione, The Leading Guy racconta i tanti chilometri fatti con “Memorandum” e di come sia felice di stare a Roma: questa tappa gli mancava! Più o meno tutte le canzoni sono anticipate da una spiegazione o una riflessione; nomina Trieste, città adottiva nella quale vive ormai da 10 anni e in cui trova gli spunti per storie autentiche e personaggi da raccontare: come “Jordi Ribas”. Il brano racconta la vicenda di un artista di strada scomparso un paio d’anni fa, possessore di tanti strumenti, con naso da clown e cappello da pirata, molto amato dai bambini.
«Dovremmo fermarci e lasciarci incuriosire da persone con vite diverse dalle nostre» consiglia ad un pubblico partecipe, attento e concentrato. Arriva poi “Memorandum”, la chiave dell’intero disco. La storia arriva da Trieste, ma potrebbe arrivare da qualsiasi posto: l’uccisione di un ragazzo «che aveva il diritto, come tutti i ragazzi di 15 anni, di arrivare a 50».

I suoi ricordi d’infanzia introducono “Behind the Yellowfield”, incentrata sul cambio di percezione degli spazi tornandovi a distanza di molti anni e il senso di nostalgia: forse per il fatto della vicinanza d’età, riesco – sorridendo – a capire perfettamente cosa intenda. Arriva l’inaspettato “momento serietà” (così lo definisce): un paio di cover dei Take That capaci di movimentare il pubblico facendo partire fragorose risate. Seguono “Oh Sister” e poi l’ultima storia. Memorandum è un po’ il suo Moby Dick e qualsiasi cosa accada dovrà pensare alla sfida vissuta da Melville per la pubblicazione dell’eterno capolavoro. Noi siamo sicuri sarà un successo. Con la semplicità con cui era apparso, saluta commosso il pubblico. Rimangono sul palco solo la sedia, il microfono e la chitarra illuminata.

Foto: Elisa Scapicchio

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