The Lumineers @Viteculture Fest 10/07/2017

Ritorno in grande stile nella Capitale della folk – rock band di Denver, nella suggestiva Cavea dell’Auditorium, per la prima delle tre date nel nostro Paese

Con i The Lumineers, ci eravamo lasciati nel 2014 con l’esibizione all’ Ippodromo delle Capannelle a Rock in Roma, dove il trio del Colorado stregava il pubblico italiano dopo la timida accoglienza del loro primo omonimo album, nello stesso autunno, mostrando come quell’ attitudine folk dei cantautori americani di far sentire il pubblico come nel salotto di casa sia sempre spontanea, sincera e vincente.

Soprattutto se legata a filo doppio a dei melodici ritornelli sing-along da cantare a squarciagola e quel ritmo incalzante di grancassa pestata riportato in voga da Marcus Mumford prima che i synth spaziali invadessero il suo villaggio amish. L’unica pecca fu la durata: solcare l’oceano per un’ora e 15 minuti mi lasciò interdetto. Ma anche se “Ho Hey” intasava le radio, alla fine all’ attivo la band contava solo una fatica in studio.

La Cavea dell’ Auditorium mi mette sempre un po’ soggezione. E’ molto bella, ma resta comunque quell’aura austera della cose ufficiali tipiche di questa città, che sembra lì per dirti “mi raccomando, divertiti ma non troppo e con contegno”. Fortunatamente il resto del pubblico non la pensa come me: l’anfiteatro è gremito, sia in platea che sulla gradinata, allegro, colorato, e di tutte le età.

Arrivo a ridosso dell’inizio dello show e mi siedo sul seggiolino in mezzo a due giornalisti veri, che già prendono appunti sui tablet, mentre io ho solo la birra, il cellulare scarico, e la preoccupazione che nel caso si spenga non saprò dove segnare la scaletta.

La scenografia è semplice, fondo blu scuro, molte luci e sei gruppi di vere e proprie canne d’organo che danno all’ambiente un’aria di celebrazione, comunità e festa.

I The Lumineers vanno on stage poco prima delle 22 ed apre con “Sleep” ed è un travolgente impeto elettrico: siamo già tutti in piedi e i seggiolini sono un lontano ricordo. Wesley Schultz guida la baracca in semiacustica, completo blu e cappello Stetson a falda larga, la sua voce è in gran forma e la tira fuori tutta da subito.  Neyla Pekarek, nascosta dietro al violoncello in un lungo vestito blu elettrico a fiori e  Jeremiah Fraites in straccale d’ordinanza alla batteria. Chiudono il cerchio Stelth Uvang e Byron Isaacs, rispettivamente piano e basso.

Una delle peculiarità principali dei The Lumineers è la versatilità strumentale. Tutti suonano praticamente tutto, specialmente il terzetto principale, e per tutta la sera si alterneranno al piano, al mandolino, allo xilofono, al banjo.

Il concerto va avanti, c’è molto dall’ultima release “Cleopatra”, album dalle sfumature più pastorali rispetto al folk basico del lavoro d’esordio, che comunque non manca di trovare spazio nella tracklist con i pezzi più danzerecci e travolgenti. Dinamici e coinvolgenti, proseguono con un momento molto bello che si sposa alla perfezione con la location: su “Darlene” la band, che si esibisce principalmente in chiave acustica, si stacca dalle amplificazioni e allo stesso tempo il pubblico ammutolisce.

Le luci si abbassano, e nel riverbero naturale della Cavea risuonano solo la chitarra nuda di Wesley, un tamburello, uno xilofono e la band che canta in coro. Il risultato è emozionante, il pubblico è vicino al palco ed è in questa occasione di intimità che si tocca il punto più “folk” della serata.

Ed è qui che i The Lumineers accendono la miccia. Attaccano “Ho Hey”, e all’improvviso sembra di essere in uno di quei teatri squattati dei sobborghi a sud di New York, dove la Wes e Jeremiah hanno mosso i primi passi da musicisti. Durante i cori il posto salta praticamente in aria, siamo tutti sotto il palco e io ho perso il mio biglietto, e con lui la possibilità di ritrovare il mio seggiolino ( sarà L 7 forse? ).

Si lanciano poi in una spavalda “Subterranean Homesick Blues” di Bob Dylan, dove il frontman scende dal palco e passeggia fra la gente.

Altri momenti particolarmente degni di nota sono una ispiratissima “Slow it down” ,”Ophelia”, singolo di lancio della nuovo lavoro in studio e “Long Way From Home”, un inedito dal testo molto personale cantato in solitaria da Wesley. Il resto è una veloce escalation di balli folk, country e reels dal sapore irish, dove il pubblico salta sui seggiolini.
La buonanotte arriva con “Stubborn Love”, molto intensa e attesa, e le luci si alzano.

Chiedo l’ora e putroppo la mia sensazione sul timing era esatta. Un’ora e venti minuti in tutto, di nuovo una festa intensa ma corta. Mi ricompongo avviandomi verso l’uscita, il telefono si è spento, con la coda dell’occhio ritrovo i due “colleghi” vicini di seggiolino ancora seduti a scrivere e mi maledico perché ogni tanto dovrei essere più professionale, e starmene seduto a segnarmi la scaletta, invece di cantare sotto il palco come quando ero giovane e speranzoso.
All’improvviso, però, dalla sua postazione al pianoforte Stelth lancia un aeroplanino di carta che atterra a mezzo metro da me… Indovinate che c’era scritto sopra.

Foto di Elisa Scapicchio

SETLIST

– SLEEP

– FLOWERS

– CLASSY

– DEAD SEA

– CHARLIE BOY

– DARLENE

– HO HEY

– CLEOPATRA

– SUBTERRANEAN HOMESICK BLUES (DYLAN)

– ANGELA

– OPHELIA

– BIG PARADE

– GUN SONG

– SLOW IT DOWN

– MY EYES

– LONG WAY FROM HOME

– SUBMARINERS

– STUBBORN LOVE

 

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