The Pier @ Trenta Formiche 18/03/2017

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A sorpresa un inebriante ed energico rock strumentale made in Italy

L’aspetto più bello di questo lavoro è che ho sempre la possibilità di ascoltare tanti artisti emergenti, con la loro musica fresca e contemporanea, dei più svariati generi. Ma una caratteristica altrettanto piacevole è quella che spesso mi ritrovo a bazzicare in locali romani fino ad allora sconosciuti e tutto ciò, per una persona curiosa e affamata di novità come me, è vero nutrimento per la mente.
Inoltre, diciamocelo, a volte mi solleva dall’amletico dubbio che attanaglia un po’ tutti noi durante il week end: «e stasera che si fa?».
A risolvere questo mio ultimo sabato sera invernale sono stati i The Pier che hanno suonato al Trenta Formiche.

I The Pier sono un giovanissimo trio da Molfetta ma che si è fatto adottare dallo scorso anno da mamma Roma;  nello specifico sono: il virtuoso Gabriele Terlizzi (basso), Davide Pasculli (batteria) e Danilo de Candia (voce e chitarra).

A fine 2016 hanno rilasciato il loro primo album omonimo, The Pier (Faro Records – Factory), per l’appunto (il nostro Alessandro Sgariglia l’ha anche recensito per noi, qui il link), dal quale hanno suonato diverse tracce.
La prima cosa che ho pensato, una volta che ognuno di loro si è unito al proprio strumento e ha cominciato a farlo vibrare, è stata: «ma come fanno dei ragazzi così giovani (il più “vecchio” non ha neanche 22 anni), all’apparenza tranquilli e pacati, a trasformarsi così tanto sul palco e liberare una tale energia?».

Il loro alternative rock fuso con elementi math, è assoltamente adrenalinico, deciso e tagliente. Inoltre io sono una vera e propria amante della ritmica (per istinto è l’elemento su cui mi soffermo sempre a tutti i live che assisto) e ammetto, senza troppo remore, che i giri di basso di Gabriele sono un vero e proprio godimento, non solo all’udito, ma anche alla vista.

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I The Pier preferiscono di gran lunga esprimersi attraverso la loro musica e affidarsi poco ai testi che sono minimali e interpretati in inglese, scelta sempre audace quella di affidarsi unicamente al proprio strumento, ma per dei musicisti bravi e capaci come loro non risulta per nulla difficile, anzi.

Il concerto prende il via con “Elm row”, una vera e propria scarica di vibrazioni incisive, ritmiche corpose accompagnate da una affilata chitarra, il modo migliore per attirare l’attenzione del pubblico che rimane desta anche quando il trio esegue canzoni più melodiche e ballabili come “Planets keep moving” e “Skk9”, la quale però si conclude alternando per circa un minuto un’esecuzione soft e lenta ad una invece veloce e ruvida, davvero interessante e inaspettata come scelta.  Si continua poi sulle ali di “Daedalus”, districandosi in un labirinto di suoni rock, dai tempi a volte pari e a volte dispari, così come tutto il loro repertorio.

Il pezzo che tuttavia mi ha emozionato di più è “Pier”, soprattutto il modo in cui i tre musicisti hanno intonato la parte iniziale: mi ha portato alla mente quei canti eseguiti dalle fazioni indigene prima di una guerra, scene alla Braveheart per intenderci. Il tutto accompagnato da una melodica chitarra e da una ritmica che si fonde perfettamente con lei.

Il live dei The Pier si chiude con “This could be the right place” ed è più o meno con questa espressione che io invece concludo questa mia esperienza scritta dopo aver ascoltato i The Pier, sì perché ho sentito di trovarmi nel posto giusto al momento giusto, con questi ragazzi davvero capaci e che sicuramente ci riserveranno altre sorprese in futuro.

Setlist:

Elm row

Planets keep moving

Clotaire is the Seine

9/8

Skk9

Pier

Daedalus

This could be the right place

 

 

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