The Strokes | Future Present Past

Futuro, Presente e Passato, il tempo come modus, come dimensione apocalittica e sillogistica di una sensazione: il suono, e ognuna di queste dimensioni temporali, corrisponde ad una canzone di questo meraviglioso ep. Sono tornati a distanza di tre anni, e si, ci sono mancati.

C’è di tutto di più in questo ep. C’è New York, ma tanta, the City That Never Sleeps fa da sfondo perpetuo e dominante. E poi c’è Moroder, ci sono i Ray-ban, le giacche di pelle, gli anni ’80, la disco ’70, i Killers, le Mustang e le Cadillac, Karl Lagerfield e Madonna, le luci strobo e Manhattan, i synth e le Telecaster, Fabrizio Moretti che suona da DIO e la voce INFINITA di Casablancas; perché «infinito» è l’unico aggettivo che posso e mi va di usare per non correre il rischio di sminuirla.

Futuro: “Drag Queen”. Canzone di ribellione, di protesta, che guarda appunto, al futuro. Non è un caso che sia la canzone più “moderna” dell’ep, quella in cui vengono utilizzati più sintetizzatori e più effetti, soprattutto per la voce. Il modo di cantare del leader della band fa sembrare che vi siano più interlocutori in una fine critica alla società:

«I don’t understand, your fucked-up system, his sinister city. Try to sell the water, try to sell the air, try to sell your daughter, try to sell her hair» L’interlocutore di Julian non riesce a capacitarsi di come la sua decisione di diventare una Drag Queen, o ancora meglio, il suo essere una Drag Queen, possa pregiudicare la sua posizione sociale e possa essere oggetto di critiche e discriminazioni, quando nella società moderna e politicizzata imperano degrado e corruzione.

Presente: in “Threat of Joy” Julian Casablancas fa capire al mondo intero che per lui i Velvet Underground erano più che una semplice “influenza”: scimmiotta (alla grande) Lou Reed in quasi tutto il pezzo, e quando nell’intro dice, anzi recita «Fuck the rest, Be right here, Honey» mi sembra di ascoltare proprio il leader dei Velvet, per non parlare del ritornello, dove l’intreccio di voce e chitarra mi ricorda terribilmente la “Femme Fatale” di Nico, salvo poi ritornare con incredibile naturalezza alla fedele linea Strokes, sul finire della canzone, dove una meravigliosa e bellissima coda di basso e batteria regna sovrana, e il successivo ingresso delle due chitarre è una delle cose più armoniose che abbia mai sentito; non c’è descrizione tecnica che tenga, è tutto semplicemente bellissimo. In quei 40 secondi è racchiusa tutta la bravura e la grandezza dei due chitarristi, il suono è perfetto, l’estasi pure. Il tutto perfettamente arricchito da un ispiratissimo Casablancas che sussurra e sospira «Got to chase away, hard to chase away. It’s hard to chase away.»

Passato:” Oblivious” è la canzone della chitarra di Nick Valensi. La chitarra solista che “segue” la linea melodica della voce è un classico, se non un must negli Strokes, che però non stanca mai; il ritornello è semplicemente da brividi, la linea melodica conferisce toni di quasi epicità, si ascolta con un certo trasporto emotivo, e qualunque soggetto dotato di un minimo di sensibilità viene percorso da un brivido lungo la schiena. Il lungo e bellissimo assolo al termine del brano conferma ancora una volta l’abilità e la genialità dei chitarristi degli Strokes, i quali sono tra i pochi, ancora, a poter permettersi di fare assoli nell’indie rock nel 2016, ma solo e semplicemente perché lo sanno fare divinamente.

Future Present Past non va ascoltato, va suonato, a massimo volume, e non su un «povero piccolo patetico portatile da picnic, ma su arcangeli con le trombe e diavoli coi tromboni1». È quel tipo di musica che se l’ascolti all’una di notte, il vicino ti bussa per chiederti di alzare il volume, o almeno ci piacerebbe fosse così. Gli Strokes sono da preservare, da salvare, da tutelare… Si dice che abbiano salvato il rock ‘n roll, ma siamo noi che dobbiamo salvare loro dall’estinzione, al pari dell’orso bianco e dei film di Scorsese. Che poi, la vedrei anche bene “Oblivious” in una scena di Toro Scatenato….

1 *Se non hai colto questa citazione, ti invito seriamente a tornare a leggere l’Espresso.

 

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