#quirinettaontour | The Temper Trap @Qube 06/02/2017

Non solo un altro “given monday”

Lo ammetto, prima di ieri sera non ero un gran fan dei Temper Trap (e adesso non sono la mia band preferita) ma, con la performance di ieri sera, hanno fatto capire perché la musica australiana abbia invaso le classifiche di mezzo mondo, da una decina d’anni a questa parte.

Partiamo dal principio, la venue: il Qube. Per chi non lo sapesse, oramai il lunedì della capitale è Any Given, per i festaioli mai sazi, per i Freak & c., insomma, non il posto dove ti aspetteresti di ascoltare la band che ti ha sfornato singoli come “Sweet Disposition”. Nonostante la mia disposizione avversa alla band (e tutto sommato anche al posto), le schiere di fan urlanti di tutti i tipi, strobosfere giganti, schitarrate ed acuti alla Prince hanno contribuito a creare un’atmosfera surreale, in cui è stato impossibile non lasciarsi trasportare. Da notare la totale assenza di fila ai bar (due punti in più al voto complessivo della serata), permettendo facilità di accesso alla birra che, come noto, facilità l’ascolto di qualunque cosa.

Ora il primo impatto con la band: il cantante (Dougy Mandagi) ed il bassista (Jonathan Aherne) sono chiaramente due rockettari anni ’70 catapultati nel futuro, Dougy con annessa maglietta dedicata al Boss e la sua E-Street Band. Bene. Il chitarrista (Joseph Greer) è pelato, ma sono sicuro che se li avesse avuti, anche lui avrebbe avuto i capelli lunghi. Il batterista (Toby Dundas) ha cominciato a menare la batteria dalla prima canzone, “Thick as Thieves” (primo singolo dall’omonimo album, il loro terzo ed ultimo lavoro in studio), e si è fermato solo alla pausa prima dell’encore, quasi due ore dopo.

Dalle novità ai classici di repertorio, perché si torna al 2009 (anno di uscita del loro primo album) con “Love Lost”, che poi sono anche le due parole che meglio descrivono i contenuti della maggior parte dei loro testi. Il primo sussulto della serata, però, si raggiunge sulle note di “Fader”, uno dei brani di maggior successo dei Temper, incentrato su ritornello e coro di quelli talmente orecchiabili che li metti su repeat almeno 4 volte. E tutti a cantare. A proposito di canto, il ritornello della serata è sicuramente il coro di “So Much Sky”, ripetuto così bene dal pubblico da lasciar stupito anche Mandagi, che con la voce, onestamente, ci sa fare e come.

Quattordici canzoni prima di un encore sono tante, soprattutto quando il tuo catalogo di singoli ne comprende otto, con “Need Your Love” (grande?) esclusa della serata. Nessun brano della scaletta, però, ha avuto sapore di riempimento, giudicando anche dalla reazione del pubblico ad ogni inizio canzone (e dalla loro sempre più sorprendente conoscenza dei testi). Oltre a produrre testi pop urlabili a squarcia gola, i Temper Trap dimostrano di essere anche ottimi musicisti in brani quali “Science of Fear”, dotato di una sensibilità rock non dissimile a quella dei primi Arctic Monkeys o Kasabian. Non a caso, il primo LP dei Temper, Conditions, fu prodotto da Jim Abbiss, già collaboratore di Alex Turner & co.

La band esce dal palco dopo l’apice di “Drum Song”, uno strumentale degno dei Radiohead, visibilmente mossa dall’inaspettata partecipazione di questo pubblico romano. Del resto i Temper Trap mancavano da un palcoscenico di Roma da parecchio tempo. Nessuno si muove, non hanno suonato “Sweet Disposition”, devono uscire di nuovo. Vero? VERO? Si chiede disperata la sedicenne accanto a me e, a dire il vero, anch’io visto che quella comunque rimane una delle loro canzoni più belle. E tutti a cantare di nuovo il ritornello di So Much Sky, questa volta unendomi anch’io al coro.

Ed eccoli che ritornano, che ti avevo detto?” Faccio alla sedicenne.

Mò ‘a fanno Switt Dizpozition?” Fa lei.

Incredibilmente, è solo alla fine del concerto che Mandagi fa vedere fino a che punto si spingano le sue doti vocali, con la bellissima “soldier On”, spaziando tra ottave e falsetti in una maniera simile a quella di Asaf Avidan, ma con un timbro assolutamente unico. Poi, dopo sedici brani, cinque birre e dieci sigarette, arriva il momento che tutti (o forse solo io e la ragazza accanto a me) stavano aspettando. Il singolo che ha lanciato la band nella stratosfera, che gli permette di girare il mondo in tour, che ha permesso a me di conoscerli. Il falsetto di “Sweet Disposition”, l’ossessione di più persone all’epoca della sua uscita.

«A moment, a love, a dream, aloud, a kiss, a cry, our rights, our wrongs…» canta Dougy Mandagi, e noi cantiamo insieme alla band, perché italians do it better. L’ha detto lui, eh. E bisogna dire, che per quanto l’organizzazione della serata, questa volta forse ha ragione. Il concerto, originariamente, doveva tenersi al Quirinetta, ed in breve tempo, il Qube è riuscito ad adibire quella che in realtà è una discoteca (e si vede), per un concerto di una certa importanza. L’acustica era più che accettabile e, per qualche motivo, quella strobosfera gigante andrebbe proposta ad ogni evento futuro come effetto di luci.

Una volta uscita la band, è partita la più tradizionale serata del lunedì al Qube, ma io ero li per il concerto, ed onestamente, era pur sempre un lunedì, quindi sono filato via per metabolizzare quanto ascoltato e visto. Anche se poi non è stato proprio un altro any given monday.

Qui il link con la scaletta completa:

http://www.setlist.fm/setlist/the-temper-trap/2017/qube-rome-italy-33f80865.html

Foto di Elisa Scapicchio

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