The Who @Unipol Arena, Bologna, 17/09/2016

the_who_1974

Bologna non vedeva Roger Daltrey e Pete Townshend dal 1967: ecco come è andata questa indimenticabile serata!

Certo, cinquant’anni dopo il pubblico è cambiato, alcuni Mods girano ancora con le loro Vespe intorno all’arena di Casalecchio di Reno ma si vedono soprattutto fan con merchandising blu bianco e rosso (il simbolo degli Who sono i tre colorati cerchi concentrici), e per fortuna tra i fan ci sono anche molti giovani. Per fortuna perché la musica che hanno fatto gli Who è riuscita ad essere portata viva fino ai giorni nostri. Per chi non è della generazione dei fab seventies, queste occasioni per ascoltare loro e gli altri big del rock in concerto, stanno diventando più uniche che rare. Non è un caso che i biglietti per l’attesissimo Desert Trip Festival di Indio, California, che vede la band tra i protagonisti insieme ad altri del calibro di Paul Mc Cartney, Bob Dylan, Roger Waters, Neil Young e Rolling Stones, siano andati subito sold out.

The Who ormai sono loro due, voce e chitarra. Pino Palladino al basso, Zak Starkey alla batteria, Simon Townshend alla chitarra e John Corey, Frank Simes, Loren Gold alle tastiere hanno riempito il vuoto delle bacchette di Keith Moon e delle corde di John Entwistle.

La performance degli Slydigs, in apertura alla serata, è seguita da alcune proiezioni video che sono mostrate per raccontare la storia della band quasi a voler insegnare qualcosa alle nuove generazioni lì presenti.

Quando alle 21 la band sale sul palco e inizia il concerto con “I Can’t Explain” c’è una vera e proprio esplosione da parte del pubblico che viene travolto senza quasi interruzioni fino alla fine; ed è qualcosa di unitario ed unico quello che rimane, fatto di tanti momenti unici come il mulinello sulla chitarra di Townshend, i video che dipingono l’intero concerto con anche Jimmy, protagonista di Quadrophenia che in sella alla sua Lambretta percorre le alte scogliere vicino Brighton, “My Generation” (la loro canzone baluardo) quasi urlata a squarciagola dal pubblico, lo scherzare di Daltrey prima di “Bargain” che si interroga sul fatto che quella sera possa essere presente qualcuno che era già nato quando è uscito l’album (Who’s Next, 1971), il battere commosso di mani ogni volta che il viso di Keith Moon passa a schermo, il lungo intro di piano di “Love Reign O’ Me” che sembra caderci addosso come la pioggia di stelle proiettata sullo schermo, la psichedelia di “Eminence Front” ed il terzetto finale di “See Me, Free Me”, “Baba O’Riley” e “Won’t Get Fooled Again” che vengono quasi cantate ad inno dai fan.

Uno spettacolo, datoci dalla band inglese che dopo cinquant’anni di carriera ha molto da insegnare a chi vuol fare musica live oggi.

E soddisfatta, con la borsa piena di gadgets e gli occhi di personaggi, gesti ed effetti speciali che finalmente posso associare alle note dei miei dischi, mi avvio verso l’uscita in mezzo alla folla che ha riempito l’Arena, grata dell’aver potuto ancora vedere ed ascoltare parte di un’epoca che non c’è più.

di Eleonora Tagliafico

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *