The Winstons live@Planet 07/04/16

Seconda data romana nel giro di pochi mesi per i Winstons lo scorso giovedì sera al Planet di Roma.  Ammetto di aver perso il set invernale all’Angelo Mai,  oramai pietra miliare nella storia della band tanto da essere stato suggellato col primo disco live. Così, senza sapere esattamente cosa aspettarmi, mi sono  ritrovata tra le file di un parterre di appassionati e diversi curiosi.

In quei minuti di sound-check e luci basse prima dell’inizio dello show  rimbalzavano dal un lato all’altro del locale, sussurrati quasi con reverenziale  rispetto, nomi come Afterhours, Calibro 35, Ufo, fino al momento in cui Roberto dell’Era , Enrico Gabrielli e Lino Gitto hanno occupato la scena nei panni di Rob, Enro e Lennon Winston.

Il power trio si è presentato al pubblico del Planet con il groove morbido e ipnotico di “Nicotine Freak”, pezzo che nello stesso omonimo album d’esordio della band segna l’inizio di un viaggio in dieci tracce tra psych-rock, prog, sixties-pop, ora in deriva verso sonorità più jazz fino ad estreme contaminazioni orientali. Impossibile distinguere con esattezza la matrice di sonorità ed echi vintage che permeano ogni pezzo eseguito dai Winstons: come moderni alchimisti dominano le leggi armoniche di un decennio a cavallo tra fine ’60 e ’70, eredi e custodi dei segreti dei grandi del prog dai Gong ai Soft Machine, passando per i suoni più lisergici dei The Doors e dei Pink Floyd.

La sintonia dei tre sul palco è totale e il risultato lascia disarmati i presenti: Gabrielli, più che poliedrico, rapisce con un tappeto di tastiere e rhodes dal carattere evocativo a tratti ipnotico su cui appunta virtuosismi di flauti e sax, fino ad un dan bao vietnamita sul pezzo finale.  Dell’Era, eclettico,  traccia vividi tratti più rock al basso e chitarra  e ammalia con la performance su “She’s My Face” alla voce, così come Gitto conquista con la prova canora su “A Reason For Goodbye”, conservando temperamento  e padronanza tra batteria e tastiere. I Winstons eseguono l’intero repertorio, con vivida energia e passione senza mai cadere in nostalgici sentimentalismi, barcamenandosi tra lo space –jazz con influenze dal sol levante di “Diprotodon”, nata insieme aNumber Number” dalla collaborazione con l’artista giapponese Gun Kawamura, fino agli echi beatlesiani di “Play with the rebel”.

Non paghi delle loro fatiche i viaggiatori del prog hanno impreziosito  la scaletta di altissimi  momenti di re-interpretazione con cover del calibro di “The Gnome” (Emerson, Lake and Palmer), “Tomorrow’s People” (McDonald & Giles), e  una fantastica esecuzione di “Golden Brown’” (The Strangles), atto di commiato nel quale hanno davvero dato fino all’ultima nota ad un pubblico ormai definitivamente  conquistato e lontano dalle luci del mainstream.

I tre fratelli Winston hanno regalato una serata di grande livello musicale e carica emozionale, deliziando i più sopraffini orecchi prog con sonorità anacronistiche e coinvolgendo i neofiti della psichedelia, tra i quali mi includo, in un viaggio senza tempo in fumose ambientazioni tra oriente ed occidente. Il loro groove, posso giurarvelo, è di quelli che ti si attacca alla pelle, lo porti con te e lo ritrovi la mattina dopo nella voglia di riascoltare e godere di nuovo di quei brani vibranti e di quel caleidoscopio di suoni eccezionali per partire per una nuova avventura sonora con Rob, Enro e Lennon.

Inutile aggiungere che per quanto mi riguarda hanno fatto breccia! Probabilmente dovremmo aspettare un po’ prima di rivederli live, ma al prossimo set dei Calibro 35, degli Afterhours o degli Ufo, forse riusciremo a cogliere un loro guizzo nelle performance dei rispettivi e ben noti alter-ego italiani.

Di Antonella Ragnoli

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