There’s no place like home: White Lies @ Fabrique, 14/11/2016

«Erano più di tre anni che non venivamo a Milano, non sapevamo cosa aspettarci. Ma l’accoglienza di stasera è davvero straordinaria. Grazie! È bellissimo essere di nuovo qui»

Il calore dimostrato dai fan milanesi dei White Lies è stato sia causa che conseguenza delle parole di Henry Macveigh, leader dei White Lies, band che lunedì sera ha calcato il palco del Fabrique, noto club del capoluogo lombardo.

Tra i capisaldi della “nuova era” dell’indie britannico, insieme ad Editors, Maccabees, Cinematics e tanti altri, in tour per presentare la loro ultima fatica, Friends (di cui potete trovare la nostra recensione qui), album con il quale si sono distaccati dal genere indipendente per avvicinarsi a sonorità più eighties e new vawe.

Spicca infatti, anche nel live, un uso massiccio di sintetizzatori, mentre viene meno la chitarra dello stesso Macveigh, ma ciò che risalta davvero è il basso di Charles Cave: sarà un po’ per l’acustica del locale, abituato ad ospitare dj set, o per il nuovo genere dei White Lies, ma ogni nota di basso pulsa finanche nelle vene di chi sta nelle ultime file, creando quel mood danzereccio coadiuvato dalla grancassa continua e i sedicesimi sul charleston della batteria di Jack Lawrence-Brown.

Decidono di partire col botto, “Take it out on me”, singolo e brano più famoso di Friends, per riscaldare subito l’ambiente e farci capire con chi e cosa avremo a che fare per i prossimi novanta minuti. Il pubblico salta, canta e batte le mani, ma è solo quando parte “To Lose My Life”, grande successo dell’omonimo disco, che il pubblico si scatena. I White Lies sono quel disco, c’è poco da fare, lo sappiamo noi e lo sanno loro, infatti la scaletta è piena di brani presi da quell’album: “Unfinished Business”, “Price of Love” (che presenta come sua canzone preferita del primo disco), “Farewell to the Fairground” “E.S.T.” e l’eterna “Death”, che grazie all’ottimo gioco di luci, fa saltare davvero tutti in platea.

Ad eccezione dei pochi singoli di Big TV, e una “Bigger than Us” appositamente allungata per chiudere il concerto, le restanti canzoni della scaletta sono tutte dell’ultimo album, tra le quali spicca “Hold Back Your Love”, che quasi a tutti, un po’ a fatica, cantano a memoria.

Notevolmente migliorata sul piano tecnico, la performance del gruppo è stata davvero positiva, così come i suoni, molto fedeli all’ascolto del disco in studio. Da quando li vidi per la prima volta al Piper di Roma nel febbraio di 2010, i tre (più uno) ragazzi di Londra hanno fatto notevoli progressi dal vivo, in particolare il leader della band, in grado di raggiungere note altissime pur mantenendo un timbro di voce piuttosto grave, riuscendo a non stonare quasi per nulla.

Un’ottima esibizione dunque, massiccia e potente ma al tempo stesso molto tecnica e precisa: ci rivediamo al prossimo live, saremo sempre qui.

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