Tim Hecker @Quirinetta 23/09/2016

Dopo la pausa estiva, riapre la stagione concertistica del Quirinetta e non siamo nella pelle perché l’esibizione di questa sera vede protagonista un canadese che ci sta particolarmente a cuore…

Stiamo parlando di Tim Hecker, che torna a Roma dopo quattro anni dall’ultima volta per eseguire dal vivo il suo recente disco Love Streams. “Musica sacra in technicolor” l’avevamo definita nei nostri consigli e ora non possiamo che confermarvelo.

Ma andiamo con ordine, arriviamo in un Quirinetta già colmo di spettatori mentre Tau Ceti e Marco Cicciotti sono piegati sulle macchine per dare forma ad un’elettronica estatica fatta di reiterazioni droniche davvero efficaci; il duo italiano è l’apripista ideale per il peso massimo che da lì a poco avrebbe acceso i suoi motori.

Si presenta puntuale, Tim Hecker, e inizia il suo set al buio e con volumi grossi che scuotono il locale, facendolo tremare, come se fossimo tutti all’interno di un’enorme cassa acustica. Dopo un primo momento straniante, iniziamo ad entrare in risonanza con questa versione ruvida di suono; probabilmente la sua musica necessità di spazi più ampi per essere goduta appieno, ma comprendiamo comunque di star vivendo qualcosa di particolare, qualcosa che ha a che fare con la parte più intima delle nostre sensibilità.

Perché questa è la musica di Tim Hecker, prendere o lasciare: è un dialogo diretto con la parte più nascosta di noi ascoltatori, forse la più vulnerabile. Non contano più le bordate di basso che ci rimbombano nelle orecchie, né quel senso di riverbero o effetto non totalmente a fuoco che ti attraversano, ma il dialogo che si instaura con le sue vibrazioni. Non è un concerto, è un rito collettivo che va assecondato chiudendo gli occhi. Mi perdonerete la divagazione ma questa sensazione, come di appagato straniamento, l’ho vissuta dal vivo poche altre volte, ricordo di un concerto dei My Bloody Valentine nell’oramai lontano 2013 dove il suono era distorto ai limiti dell’ascoltabile ma in testa tutto era esatto, al suo posto.

Mentre il set entra nel vivo anche la controparte visuale si fa più dinamica, per quanto il carattere rimanga minimale: le luci pensate da MFO (al secolo Marcel Weber) circondano la console di Hecker e fungono da contrappunto, illuminandosi a ripetizione con i colori della copertina dell’album Love Streams (blu e viola) oppure virando sul rosso acceso, l’ipnosi visiva va a braccetto con quella sonora.

Passa un’ora come se fossero dieci minuti quando il suono inizia a farsi meno corposo, si sfalda lentamente fino a dissolversi. Il set è finito, troppo presto, ma i patti erano chiari, si trattava dell’esecuzione di un album, seppur con dilatazioni assortire rispetto delle intuizioni originali. Tim saluti timido con la mano e butta un occhio su un pubblico frastornato ma sorridente.

Se questo è l’inizio della stagione non vediamo l’ora di gustarci il prosieguo. Bentornato Quirinetta!

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