Tortoise @Villa Ada incontra il Mondo 16/07/2016

A volte è fondamentale lasciarsi trasportare dagli amici di cui ti fidi maggiormente, perché potrebbero riservarti una serata come quella che ho vissuto sabato scorso in quel di Villa Ada…

Mentre 60.000 persone si accalcavano al Circo Massimo per approfittare di uno spettacolo inimitabile come quello del Boss, noi nel nostro piccolo aspettavamo i Tortoise sotto il palco di Villa Ada, in leggero ritardo rispetto all’orario prestabilito. La band di Chicago, già vista da queste parti a febbraio (al Monk), ha dato a tutti quelli che non erano potuti venire all’epoca, una seconda opportunità. E – aggiungo io – grazie al cielo. In breve tempo il pubblico aumenta di quantità, e le sedie allestite a mò di spettacolo teatrale perdono di significato. Appare subito evidente che arrivare in anticipo e accaparrarsi uno spazio della ringhiera a ridosso della band si rivelerà una mossa vincente. Questo perché i Tortoise non vanno semplicemente ascoltati. Anzi, se a voi è capitato di sentire qualcuno dei loro splendidi album (TNT e Millions Now Living Will Never Die su tutti), avrete senza meno apprezzato il lavoro certosino che c’è dietro ogni singolo pezzo, la ricerca spasmodica di un incastro di suoni e ritmi non convenzionale, ma comunque armonioso. Bene, tutto ciò è solo la superficie da cui incominciare a scavare.

Se l’apertura con “Firefly” è una specie di riscaldamento prepartita, per creare la giusta atmosfera e prendere confidenza, con “Gigantes” e “High Class Slim Came Floatin’”  i ritmi trascinanti di Beacons of Ancestorship, album del 2009, conquistano in breve tempo la platea, in visibilio per le peripezie musicali dei componenti della band, impegnata a passarsi gli strumenti manco fossero palloni da calcio. John McEntire martella con costanza la batteria e si incrocia magnificamente con John Herndon (A Grope Dope), intento a scaraventare tutto il suo talento su un’altra batteria, posta esattamente di fronte a quella del compagno. Spesso non c’è neanche bisogno di guardarsi negli occhi e coordinarsi, tanto è il feeling tra questi due fuoriclasse. Alle loro spalle la chitarra di Jeff Parker è un vezzo che di tanto in tanto aggiunge un tocco jazz all’insieme, con Doug McCombs e Dan Bitney che spaziano tra basso, chitarra, synth e xilofono con una scioltezza e una naturalezza difficili da spiegare. La vena elettronica dell’album Standards irrompe sulla scena con “Monica” e “Eros”, fino alla splendida “I Set My Face to the Hillside” (TNT) che chiude la prima parte di concerto. Quello che abbiamo visto, sentito e provato è stato così coinvolgente che sembra siano passati pochi minuti dall’inizio. Non si può mai essere stanchi di uno spettacolo simile.

E allora via con l’encore: “The Catastrophist” (title track del loro ultimo lavoro) e la fantastica “Along the Bank of Rivers”, che si conclude con l’assolo esplosivo di A Grope Dope alla batteria, non sono però sufficienti. Il pubblico rumoreggia per vedere ancora i propri beniamini sul palco, e il secondo encore è la naturale conseguenza. Gli xilofoni la fanno da padrone sulle note di “Ten Day Interval”, mentre il gran finale spetta a “Seneca”, richiesta a gran voce da molti dei presenti.

Sono passate poco meno di 2 ore dall’inizio, ma credetemi, staccarsi da quel palco è difficile. Restiamo a contemplare le schegge delle bacchette che A Grape Dope ha sparso per tutto il palco, e ripercorriamo i momenti più esaltanti del concerto. Accettate qualche consiglio se volete avvicinarvi a questo gruppo: prima di tutto non cercate di trovare etichette musicali per capire meglio di cosa si tratta. Post rock, prog, jazz, fusion, (e potrei andare avanti per qualche minuto) lasciano il tempo che trovano. Questi 5 istrioni portano in dote tutte le loro conoscenze, sperimentano, mischiano, e buttano il tutto dentro un calderone di talento con pochissimi eguali. Secondo poi, andate a vederli dal vivo. Sul serio, non ve ne pentirete.

di Paolo Sinacore

http://sirenfest.com/

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