UNALTROFESTIVAL @Circolo Magnolia 02/09/2017

Ovvero come imparai a far coesistere Wrongonyou, i Seafret, i Gazebo Penguins e quei geniacci degli Slowdive

Se arrivi presto al Magnolia, durante la stagione estiva, ti capita di sentire odore di bruciato. Non si tratta di un misfatto che sta per compiersi, ma di odore di legna appena messa nel camino.

Raggiungiamo l’area concerti dopo aver salutato qualche amico fuori e butto un occhio al banchetto del merch. Nulla degno di nota per fortuna delle mie tasche già largamente provate, se non una maglietta nera con scritto in bianco Slowdive ben visibile in petto modalità Sergio Leone nella trilogia del dollaro. «Al cuore Ramon, al cuore. Se vuoi uccidere un uomo devi colpirlo al cuore».

Gli Slowdive lo faranno, ma ci arriviamo tra un po’.

Mi rimetto in pista per Wrongonyou. Ecco, lui è un ragazzo romano con un nome intrigante che canta in inglese e che sta facendo tante belle date in questa estate italiana. Non ha tanto tempo e lo sa, si presenta di corsa e parte per una scaletta che sarà impreziosita da soli 7 pezzi.

Siamo un centinaio assiepati davanti al palco piccolo, per la maggior parte ultra-quarantenni con una forma fisica che ha visto giorni migliori, tutti distanti qualche metro dal palco. Diffidenti da questo giovanotto corpulento che si presenta con un nome inglese.

Fa ricredere tutti lui, con una voce soave e un arpeggio leggero sulla chitarra canta 3 pezzi senza mai fermarsi. Fa tutto ad occhi chiusi, probabilmente sognando un pubblico migliore di noi. È bravo e iniziamo a capirlo. Ci strappa una risata quando infila in maniera coatta un «Do you believe in life after love» di Cher a chiudere una sua canzone.

Ci ha conquistati, è il momento di cantare con lui “I don’t want to get down”, altrimenti esce una merda ci dice. Ci fa provare due o tre volte il coro, ci insulta un po’ e parte per il migliore dei suoi pezzi della serata. Il tempo è tiranno e riesce a mettere dentro altre due canzoni. Poi deve salutare di corsa che i Seafret stanno salendo sul palco principale.

Mi è piaciuto. Ha eseguito una scaletta perfetta per il poco tempo a disposizione. Non ha lasciato quasi nulla al caso e anche la scelta di far sciogliere il pubblico a metà concerto è quanto mai azzeccata. Rimarrà nella mente di tanti questa esibizione. È molto probabile che qualcuno che lo ha conosciuto questa sera andrà a rivederlo per le date invernali che lui stessa ha preannunciato qui a Milano.

La band inglese entra in scena in maniera sommessa, quasi nessuno se ne accorge. Dal loro canto non fanno nulla per mascherare un alone di imbarazzo che li coglie a coprire un palco così grande. I Seafret li conosco davvero poco, mi ci devo impegnare un po’. La prima impressione che ho è che lui vuole sembrare Robert Plant, quello dei primi ’70. La cosa di per se mi stuzzica un casino. Partono con “Skimming stones”. Il pubblico è decisamente ringiovanito rispetto a quanti stavano vedendo Wrongonyou sul palco piccolo. Siamo più di duecento e l’età media è stata abbattuta a poco più di vent’anni. È questo il loro target.

Una ragazza di fianco a me accende la sigaretta alla fine dei tre pezzi di apertura. La tiene con le labbra al lato della bocca in un ghigno che mi piace da morire. Dà le classiche “tre botte”, inspirando e accendendo ad intermittenza la sigaretta nel buio che è sceso pesto e ci troviamo subito nella quarta canzone. È “Wildfire”, ci chiedono se qualcuno la conosce. Pochi, pochissimi alzano la mano e urlano uno «Yeah!» più inglese che italiano. Si rendono conto di avere a che fare con un pubblico che li conosce davvero poco.

È qui che finalmente si sciolgono un po’. Capiscono che per noi è quasi tutto nuovo e iniziano un concerto diverso. Più bello e rilassato. Non a caso è il turno di “Monsters” che è nuova e ci dicono uscirà nel loro nuovo album. Guardo il mio iPhone e la Spagna ha fato il 2a0. Mi rattristo un po’ di più su una canzone che reputo bellissima.

Con “Oceans” pezzo che ha reso famoso l’album Tell me it’s real, uno dei pochi che potrei cantare, ci dicono che stanno correndo verso le ultime 3/4 canzoni. C’è spazio per un altra canzone che mi piace molto dal vivo “Blank you out”, dolce e un po’ malinconica, e si finisce con “Be there”.

Hanno suonato per 45 minuti, dove per il primo quarto d’ora ogni loro cosa era condita da un estremo imbarazzo. La restante mezz’ora si sono fatti apprezzare di più per una performance sciolta e libera. Fossero partiti con questo piglio finale mi sarebbero piaciuti ancora di più, ma nessuno si lamenta. È un ottimo segno di solito per una band “quasi” emergente, no?

Si ritorna sul palco piccolo, è il turno dei Gazebo Penguins. Non mi voglio allungare tanto parlando di un gruppo che fa musica indipendente da 15 anni quasi e che ogni volta riesce a regalarmi belle emozioni.

Sono mestieranti, appena saliti sul palco a differenza degli artisti che li hanno preceduti fanno casino, alzano i volumi degli amplificatori e suonano note distorte. Sembra che ci dicano «Ehi noi siamo i Gazebo Penguins e siamo qui per farvi sfogare un po’». Così sarà in effetti. Ho storto il naso quando a inizio luglio li hanno annunciati in scaletta a questo festival. Conoscendoli e apprezzandoli molto mi sembravano sonorità molto più dure rispetto ai suoni rotondi degli headliner della serata, ma anche rispetto a chi li aveva preceduti. Il risultato però mi smentisce. E’ bello uguale anche se dissonante.

Si parte con “Nebbia” canzone che dà il titolo all’omonimo album uscito quest’anno e subito c’è gente pronta a pogare. E’ bello, loro hanno un filo diretto con i fan. Non c’è bisogno di dire chi sono e cosa fanno e quando è il caso di iniziare a fare casino. Loro fanno caciara dal primo all’ultimo minuto e le mie orecchie sotto l’ampli non ringraziano di certo.

Parte “Febbre” il mio pezzo preferito di Nebbia e sono già felice abbastanza. C’è spazio anche per l’attualità. Si parla di sgomberi a Bologna, tematica già ripresa in “Atlantide” nell’album del 2017 per la chiusura dell’omonimo centro sociale LGBT poco più di due anni fa.

Mi giro a vedere com’è la situazione sotto il palco principale e noto con un po’ di dispiacere che ci sono già circa 500 persone assiepate che aspettano gli Slowdive. Stanno perdendo un bel concerto, tutto per guadagnare qualche fila, non la capirò mai la corsa alle prime file. Nel frattempo accendono anche le luci privandoci un po’ dell’intimità che abbiamo avuto con il gruppo di Correggio fino a questo momento.

È il turno di altro brano dell’ultimo Cd, “Pioggia” prima del finale come sempre carico. In successione “Finito il caffè” e la mia preferita “Senza di te” sono una mazzata bella e buona.

«Ho finalmente messo a posto la cantina» cantano loro mentre io penso che è finalmente il turno degli Slowdive.

Iniziano puntualissimi. Ho qualche problema con questa cosa. Mi dà sempre l’impressione di qualcuno che voglia fare tutto di fretta e poi andarsene. Fortunatamente mi smentiranno, inizio puntale e fine posticipata di una ventina di minuti rispetto a quello che era preventivato da programma. Ho torto marcio.

Partono sottovoce e sognanti, quasi a lasciare presagire come sarà il concerto.”Slomo” è la prima della serata, come è la prima dell’album Slowdive uscito quest’anno dopo poco più di vent’anni di inattività in studio. È subito bella, il pubblico è subito coinvolto e si sbatte lentamente in un ondeggiare che sa di sogno.

Il fenicottero rosa sulla testiera di Rachel Goswell cattura l’attenzione di tutti, l’atmosfera è carica, il palco è gravido di ottime sensazioni. Nell’attacco di “Slowdive” la seconda traccia della serata c’è qualche intoppo a cui fa seguito una pausa un po’ imbarazzata in cui si presentano. Sanno il fatto loro però e non si lasciano minimamente influenzare per la performance di una della canzoni che risulterà tra le più belle. Continuano con “Catch the breeze” e sono tutti e 4 davanti in formazione davanti al pubblico, lasciando al povero Simon Scott in batteria l’ingrato compito delle retrovie. Una coppia di trentenni inizia limonarci a fianco a tutto spiano. Lingue a mulinello all’orizzonte.

A questo punto mi rendo conto di quanto sia curato il comparto luci. Lo spettacolo è bellissimo. Strobo colorati, fari che fendono bassi il fumo del palco in abbinamenti verde-oro, arancio-fuscia e verde-blu. Poche volte mi era capitato di assistere ad uno spettacolo così bello.

Siamo già a metà concerto e con la successione di “Souvlaki” e “When the Sun hits” si alza notevolmente l’intensità. Si abbandona quasi completamente lo shoegazing e ci si tuffa a piene mani nel dream pop. Tutti i pezzi si allungano, i finali si perdono in giri allenatissimi che danno ad ogni pezzo minutaggio ulteriore, tutto accompagnato dalle voci leggere di Neil e Rachel. Suonano finalmente “Sugar for the pill” e chiudono la prima parte del concerto con “Golden hair” che si protrae quasi per 10 minuti, più del doppio della durata su disco.

Vanno dietro le quinte per qualche minuto e tornano su per l’encore che è ancora più carico. “Blue skied an’ clear” è la mia preferita di Pygmalion e me la regalano quasi in chiusura. “40 Days” chiude la serata e ci fa ritornare tutti al 1994.

Nell’ora e mezza c’è stato tutto quello che si può aspettare dalla band inglese, malinconia e cupezza ma anche la luce estatica alla fine del tunnel. È un gran ritorno il loro quest’anno, la carica dei circa duemila del Magnolia lo sa.

Ne è valsa la pena anche con il rischio pioggia, anche con il freddo improvviso. È mezzanotte e mezza e stiamo già sognando da un po’.


Davide Dores.

Ph. by Chiara Conte

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