WAXAHATCHEE @Serraglio 16/09/2017

Ovvero come imparai a non fare paragoni con Florence Welch ed essere felice.

Ore 21.30, sono seduto al tavolo in un curatissimo appartamento abitato da designer che si affaccia sulla stazione centrale. Sto sbranando pane e panelle fresche arrivate da Palermo insieme alla mia amica Laura che ha deciso di ospitarci per cena. E’ arrivato il momento di spostarsi verso il Serraglio, che è all’incirca dall’altra parte del mondo rispetto a dove sono, quando il cielo si chiude e inizia a tirare giù tanta pioggia da poterci aprire un parco acquatico. Il percorso di avvicinamento al concerto è quindi una gimcana tra i miei improperi e l’acqua torbida che piove dalle pozzanghere a bordo strada.

Arrivo dopo la personalissima 400 ostacoli nel sabato milanese e mi rendo conto che al Serraglio l’estate non è mai andata via. L’escursione termica è da capogiro, 15° in più rispetto a fuori. Il tepore è un misto tra conforto e schiaffone a pieno palmo. Non c’è molto tempo prima dell’inizio di Waxahatchee, corro a piazzarmi in prima fila dove posso godere del frutto raro di poggiare il giubbino sulla ringhiera. Mica male.

Nell’indifferenza generale salgono sul palco 4 componenti di sesso femminile ed un unico temerario ragazzo che si andrà a sedere dietro la batteria. La prima cosa che spicca è il loro abbigliamento. Sono tutti in giacca, qualcuno indossa anche camicia e farfallino, fuorché lei Waxahatchee.

Katie Crutchfield, nome all’anagrafe della bella frangettona castana originaria di Philadelphia, è vestita con un abito bianco e degli stivaletti marroni. Non so quanto sia voluto il contrasto, ma il candore che ne risulta è assoluto. E’ già un ottimo segno.

Partono senza dire nulla, nello sbigottimento generale con un brano dell’ultimo album Out in the storm, dal titolo “Recite Remorse”. Si inizia uno strumento alla volta: prima il basso, poi tocca alla tastiera, si continua con le chitarre e finalmente Katie ci lascia sentire la sua bellissima voce. Tocca subito dopo a “Silver” altro brano frutto del lavoro di quest’anno, che ci mostra le doti da polistrumentista della sorella di Katie, Allison che per tutta l’esibizione farà da spola tra chitarra e tastiera (il tutto regalando anche la totalità dei controcanti alla voce principale).

E’ alla quarta canzone, “Misery over dispute” di Cerulean Salt che finalmente la bella americana originaria della Pennsylvania spalanca la voce e ci lascia assaporare di che pasta è fatta, come se avesse tenuto il freno a mano tirato fino ad ora per non stordirci. Si corre verso “Sparks Fly” di nuovo sottovoce, non prima di averci fato vedere che è brava anche con una chitarra ritmica in mano.

Il suo bianco a centro pista mi stordisce, cerco conforto nel pubblico intorno a me. Noto meravigliosamente tutti assorti e concentrati verso il palco. Non un telefonino che registra, non una chat di Whatsapp aperta. Tanti meravigliosi over trenta tutti concentrati verso di lei, come dar loro torto Katie è davvero un bel vedere sul palco.

Ci raccontano brevemente che è la prima volta che passano dall’Italia ed erano tanti anni che cercavano di piazzare qualche data qui. Buon per noi che qualche artista emergente cerchi ancora l’Italia, buon per me che sto godendo un gustoso spettacolo.

La seconda parte dell’esibizione è caratterizzata da Katie che a centro palco canta in fila una serie di pezzi di Out in the storm ad occhi chiusi e mani aperte ad altezza fianchi in adorazione, quasi avesse visto chissà quale santo. Sta raccogliendo l’energia del pubblico o sta pensando al cantico delle creature? Metto da parte questo dubbio per quando avrò qualche birra più in corpo.

Ci regalano un pezzo nuovo (ma come non era uscito quest’anno l’album nuovo?) e mi incantano subito dopo con “A Little More”. Ce l’hanno fatta, hanno stregato tutto il pubblico di trentenni che ondeggia con loro e si dà di gomito in approvazione convinta.

Come penultimo pezzo “No Question”, il brano di picco dell’album di quest’anno, al quale aggiungono una bella linea di chitarra che ricalca il cantato. Non c’era nella versione in studio e mi piace un sacco.

Ci lasciano e tornano su per un rapidissimo encore  di un solo brano con “Under a rock” di Ivy Tripp. Ci mandano i bacetti e scappano via sommessamente nello stesso identico modo con cui ci avevano accolto.

Mi sono divertito ancora una volta. Sono finalmente convinto di non avere davanti la nuova Florence Welsh, per quanto anche lei per look e sonorità un po’ cerchi di ricordarla. Lei è Waxahatchee e nulla più. E non è detto che sia male, anzi.

Sta rincominciando a piovere, e non voglio farla a piedi fino a casa all’1 di notte. Estorco un passaggio in macchina e corro verso il letto che spero mi regali sogni asciutti. Asciuttissimi.

Di Davide Dores

Foto di Chiara Conte

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