Willie Peyote | Monk | il rapper con l’Outfit Giusto

© Francesca Romana Abbonato
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Willie Peyote al Monk | ©Francesca Romana Abbonato
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Ok gentaglia questo è un live report di un concerto rap, con pezzi rap che parlano di rap, non è una novità. Se volevate il racconto pop di un disco pop con pezzi pop che parlano d’amore, siete nel posto sbagliato, cercate un cantautore. Meglio Willie Peyote, quattro parole e le sue scarpe nuove.

Premessa: quando descriverò la musica di Guglielmo Bruno (Willie Peyote senza cappello) userò il termine ‘rap’. Non vorrei fare come in televisione, dire ‘hip-hop’ ed alzare un polverone. Scusatemi, ma il mestiere richiede l’uso di etichette.

Cheap Sound ha già avuto modo di parlare del rapper torinese, recensendo Sindrome di Tôret, suo quarto lavoro in studio. Oltre ad aver detto di lui, siamo riusciti anche a parlare con lui, dopo l’esibizione per la festa di Radio Sonica (sempre al Monkwhere else?). E’ stata una fortuna poter discutere con un artista così calato nella realtà culturale, politica e sociale del nostro Paese. Siamo stati meno fortunati nel sentire il giudizio sulla nostra recensione del disco. Willie ha preferito quella dei colleghi de Il Fatto Quotidiano, dato l’utilizzo del termine ‘elegante’ per descrivere lui e la sua musica (oltre ad essere un’ottima analisi), e noi in auto-combustione come ‘Peyote 451’. Dopo il live dell’altra sera, salgo sul carro dei vincitori, ed ammetto che elegante è la parola migliore per descrivere Willie Peyote, la sua band e la loro musica.

L’occhialuto di estrazione sabauda, dai ricci già inconfondibili, sale sul palco con l’outfit giusto, anzi, elegante. Blazer e camicia, questa volta non con i soliti colori granata, in rappresentanza del suo amato Torino. Di proposito o frutto dell’inconscio, da questa serata, il tifo è rimasto fuori. Niente pantaloni slargati a vita bassa o idealismi, solo musica e testi graffianti (accentuati dall’accento torinese, mio nuovo idioma preferito, rispetto a quello dei romani Colle der Fomento, per esempio).

Dietro ogni grande musicista, però, c’è sempre una grande… band: Marco Rosito alla chitarra, Frank Sativa mpc e maestro di tastiere (e cose elettroniche), Luca Romeo al basso e, troneggiante, alla batteria, Dario Panza (con due piatti tra i più belli che abbia mai visto). Anche loro sobri, tema nero. Si pensa a suonare, non ad apparire. Solo il tastierista ‘osa’ un cappellino, ed il bassista, veramente old school, non leva mai gli occhiali da sole, tirando giù linee di basso in grado di definire il groove di ogni brano.

Questo è un gruppo di musicisti ben oltre la loro prima esperienza sul palco, eppure sembrano ancora molto sorpresi, quasi imbarazzati, dal calore con cui il pubblico risponde alla loro esibizione. Questo calore ha riacceso la mia fiamma della speranza per le sorti – almeno quelle musicali – del nostro paese, o quanto meno del pubblico presente in sala. Willie Peyote non sta “provando a dire qualcosa” (dalle parole di altri colleghi). Ci riesce. Il messaggio che arriva alle nostre orecchie non è importante, è fondamentale. Poco conta se arrivi nella forma del rap, pop, rock, funk, bianco o nero. La vita è piena di sfumature, e noi abbiamo bisogno di artisti come Guglielmo per rendercene conto.

 

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