Willie Peyote | Sindrome di Tôret

Esce oggi Sindrome di Tôret, l’ultimo – bellissimo – lavoro di Willie Peyote


“Se fossi in me saremmo in troppi e già qui dentro c’è una gran confusione”

Vista la bellezza e gli eventi che ospita, capito spesso a Torino e so quanto affetto e attenzione provino gli abitanti della città per le loro storiche e celebri fontanelle dalla testa taurina, battezzate proprio toret. E mi ha strappato un sorriso – l’ennesimo, beffardo – scoprire che il nuovo album di Willie Peyote – torinese doc – traslasse il nome di una sindrome legata a disordini neurologici in un oggetto così quotidiano e familiare. Sempre se dietro questo nome non si celi altro: cosa molto probabile vista la profondità del citazionismo del rapper.

Prima di parlare di Sindrome di Tôret (etichetta 451/distr. Artist First) diamo subito per assodate le solite discussioni in cui ci si può imbattere in questi ambiti: si, esistono rapper-cantautori e anche in Italia (rari e preziosi casi) esiste un rap intessuto di tematiche attuali, delicate, complesse. Si, sappiamo chi sono i rapper da tormentone estivo dalla sensibilità di contenuto pari al nulla ma conosciamo chi ad ogni disco, ad ogni vera e propria fatica discografica, prova a creare qualcosa di bello e significativo. Tra quest’ultimi non possiamo non citare Willie Peyote.

“Mi serve un leader d’opinione che mi dia un’indicazione: sono più rap o più indie, cazzone?”

L’identità musicale di Guglielmo Bruno è chiara e brani come “Peyote 451” e “Oscar Carogna” valgono come delle vere e proprie dichiarazioni d’intenti. Una vocazione e una missione scolpita dal successo di Educazione Sabauda e confermata da Sindrome di Tôret, ponendo – ma già lo sapevamo – il nome di Peyote tra i vertici di un hip-hop “alto” e sotto il faro della critica più attenta e di un pubblico sempre più amplio.

Sindrome di Tôret musicalmente ha passaggi più pop e morbidi rispetto ai predecessori, come anticipato dal video di “Ottima Scusa”, mostrando un album più sfaccettato dal punto di vista della produzione sonora e della concezione strumentale. Vi sfido a non cantare dal primo ascolto un brano come “Donna Bisestile”. I testi rimangono ispiratissimi, ogni rima una staffilata, vero punto di forza e tratto distintivo di questo autore. Willie Peyote continua a raccontare in maniera spietata, sarcastica e attenta i mali di questa società, i nostri tanti vizi contaminati da social e personaggi di dubbia morale. Il dittico “C’hai ragione tu” e “Metti che domani” – supportato da stralci del “pacato” stand-up comedian Giorgio Montanini – è un lungo scagliarsi contro il qualunquismo e l’ipocrisia di un pensiero populista oramai dominante in Italia, sostenuto dalla superficialità con cui siamo abituati oggi a imporre le nostre idee: a forza di like e post su Facebook.

“Non è che ciò che vivi

assume un’importanza proporzionale al numero di foto che condividi

o alla spocchia con cui ti esprimi, non è che se continui

a dire una balla alla lunga diventa vera, io non vi sopporto più

ma se accendo la tv scopro che c’hai ragione tu

vedo segnali di ripresa la crisi è finita e il cielo è blu, c’hai ragione tu

perché non li aiutiamo a casa loro ogni giorno sono sempre di più, ma c’hai ragione tu

No! non parlarmi dei politici, mi fido solo nel buon gesù, c’hai ragione tu

visto l’I.Q. c’hai ragione tu, va bene ok c’hai ragione tu.”

Non si salva nessuno perchè nessuno merita di salvarsi, con buona pace di talk-show, giornali e colleghi. A rendere vero e autentico un disco come Sindrome di Tôret è soprattutto il coinvolgimento e la passione con cui Peyote vive e tratta gli argomenti dei brani: lo percepiamo fin da subito calato e invischiato come noi in queste vicende. L’album infatti alterna spietati ritratti della nostra contemporaneità a momenti in cui il rapper parla di se stesso e della sua vita, spesso di relazioni amorose, come nella già citata “Ottima Scusa” o “Le chiavi in Borsa”. Da citare anche gli intensi flussi d’autoconfessione “Giusto La Metà di Me” e “Vendesi”, uno dei vertici del lavoro, in cui la voce di Peyote viene accompagnata dai fiati di Roy Paci. E la tanto cara città del nostro Guglielmo Bruno? “Portapalazzo” ce la mostra tra amori, compagni d’università e manifesti elettorali.

Arrivato alla fine dell’ascolto di Sindrome di Tôret si può realizzare quanto l’attuale scena hip-hop italiana abbia bisogno di un autore come Willie Peyote. Sincerità, obbiettività, profondità d’analisi e una verve artistica ancora clamorosa: sono in pochi ad offrici tutto ciò, teniamoceli stretti.

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