Zen Circus live @Blackout

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Da quando gli Zen Circus cantano in italiano hanno una marcia in più – lo penso io e, a giudicare dalle scalette live, lo pensano anche loro: c’è un qualcosa in più nel rapporto con il pubblico, nell’intimità etilica che si crea di canzone in canzone. Pubblico peraltro piuttosto numeroso, non da tutto esaurito ma sufficiente per riempire gran parte del Blackout. E sorprendentemente giovane: gli Zen Circus girano da quindici anni buoni ma restano (e può essere una forza come un limite, chiaramente) rock per ragazzi. Da una parte è la testimonianza di un’immediatezza espressiva che non si è (ancora) persa: nonostante un ultimo disco che sa di ripulito, rimane una carica di protesta quotidiana, “politica” in senso esteso, culturalsociale a voler essere più chiari. Dall’altra ci si chiede: ma gli Zen Circus possono crescere? La domanda, però, è impertinente nel senso di “non pertinente”: gli Zen Circus non vogliono crescere.
E non nei testi, che con il definitivo passaggio all’italiano di Andate Tutti Affanculo hanno trovato una loro dimensione non statica, con una cifra espressiva costante e toscanamente sanguigna ma un linguaggio in grado di adattarsi alle storie di raccontare. Neanche nella musica, perché se c’è una cosa che la serata al Blackout dimostra oltre ogni ragionevole dubbio è che, per essere un gruppo vagamente punk-eggioso, gli Zen Circus sono solidi, precisi, compatti. Tre musicisti, oltre che un gruppo, e scusate se è poco. Quello che rende il Circo Zen un trio di “adolescenti dentro” è la carica di entusiasmo ed energia che è poi la chiave dei loro concerti.
Assistiti anche da un pubblico caloroso e partecipe, movimentato ma non esagitato, i tre toscani (uno d’adozione, permettetemelo) tirano fuori un gran bel concerto, una di quelle serate che finiscono e lasciano tutti contenti. Tanti piccoli dettagli positivi, a cominciare – e qui un plauso al Blackout è obbligatorio – dai suoni, al limite della perfezione, volti ovviamente a privilegiare voce e chitarra, e cioè il “leader pensante” Andrea Appino (a proposito, notizia quasi fresca è il suo primo disco solista, Il Testamento, che uscirà nel febbraio 2013). Ci sono i cori del pubblico, che data l’età sembrano un po’ cori di voci bianche ma l’effetto non è male, a sottolineare i Grandi Momenti Collettivi di cui in fondo il rock vive e si nutre. C’è una scaletta molto ben equilibrata, che non disdegna momenti (auto)ironici e cover di brani punk finlandesi ma che non dimentica quell’idea di cantautorato che è il cuore della proposta del gruppo – la chiusura con L’Egoista parla chiaro.
C’è, insomma, un gruppo amato, che suona spesso a Roma e qui ha una fanbase piuttosto affezionata, che suona bene e quindi è un piacere andare a sentire dal vivo, che si fa pagare poco dagli spettatori e anche questo non è mica un dettaglio da trascurare, che a prima vista non è zen neanche per sogno ma che a fine concerto, asciugato il sudore, quella placida soddisfazione te la lascia. Ma alla fine c’è solo una parola che descrive il concerto: fichissimo. Ah, e alla prossima ovviamente.

F.F.

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